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Napoli, Cimitero delle Fontanelle

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Altro week end a Napoli e altre cose nuove e meravigliose da scoprire.

  • Andiamo al cimitero delle Fontanelle?
  • Un cimitero? Ma non c’è niente di più allegro?
  • Vedrai, il Cimitero delle Fontanelle sarà un’autentica rivelazione… e per niente triste, anzi!

Ed eccoci qua, alle 09.45 di una soleggiata domenica di settembre, in attesa che il cancello apra.

Nel quarto d’ora in cui attendiamo, ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere con il custode del cimitero, che ci dà le prime informazioni essenziali per capire meglio dove ci troviamo e la storia di questo luogo.

Cominciamo!

Perché si chiama Cimitero delle Fontanelle?

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La prima domanda che viene a tutti i curiosi in attesa non poteva essere che questa: da dove ha origine questo nome?

Il custode ci guarda pronto a rispondere, ma devo ammettere che, anche se non sicuramente per colpa sua, la risposta ci sembra quasi banale: in questa zona e nelle colline circostanti, anche grazie alla conformazione tufacea delle rocce, non era difficile trovare sorgenti di acqua.

Ma adesso andiamo più nel dettaglio e iniziamo a capire meglio la storia di questo luogo, che più che un cimitero è un vero e proprio ossario.

Un po’ di storia

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Il Cimitero delle Fontanelle, scavato in una roccia di tufo, ricopre un’area di 3000 mq.

Oltre ai teschi e alle ossa visibili, nel sottosuolo sono sepolti più di un milione di defunti.

A causa della peste del 1656, alla quale seguirono negli anni successivi anche il colera e la sifilide, perché Napoli non si è sicuramente fatta mancare niente, si rese necessario individuare un luogo nel quale lasciare i corpi dei defunti che non potevano permettersi una sepoltura, le cosiddette “anime pezzentelle”.

E così si pensò a quella che all’epoca era una cava di tufo. Questo era decisamente il luogo ideale che si stava cercando.

A tutti questi corpi, a partire dal 1804, quando venne emanato l’Editto si Saint Cloud che prevedeva che i morti fossero sepolti al di fuori delle mura della città, si aggiunsero i corpi di coloro che erano sepolti all’interno delle chiese.

Nel 1872 il cimitero fu affidato a Gaetano Barbati, parroco di Materdei, che decise in un certo senso di mettere ordine a quell’ossario smisurato che si era creato con gli anni e, aiutato giorno e notte dalle donne del rione, impiegò ben tre anni per catalogare tutte le ossa dei defunti… tibie, peroni, capuzzelle… un lavoro talmente ordinato e preciso che neanche io avrei saputo eguagliare.

La tradizione

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Così questo divenne un luogo di culto e le capuzzelle venivano in un certo senso “adottate” dai fedeli. Ci si prendeva cura dei teschi, che venivano ripuliti e custoditi con cura, e venivano chieste loro delle grazie. Matrimonio, figli… ma ricordate che qui siamo a Napoli, quindi non era improbabile chiedere i numeri del lotto… Quanto mi ci rivedo!

Quando i fedeli ottenevano le grazie, allora, in base alle loro possibilità, facevano costruire delle teche di diversi materiali, passando dal marmo al legno alla latta, fino ad arrivare anche solo ad una semplice scatola di cartone. L’importante era contenere e conservare i teschi nel migliore dei modi, dimostrando così la riconoscenza per la grazia ottenuta.

Ma il teschio si sceglieva a caso e proprio perché sono tutti molto simili tra loro, si poneva un problema: come fare a riconoscere il proprio teschio? Semplice! Bastava mettere un oggetto personale sulla capuzzella in modo da poterla identificare.

E se la grazia non si compiva? In questo caso la capuzzella veniva abbandonata e sostituita con una più fortunata, almeno questa era la speranza!

Avrete capito che qui sacro e profano si uniscono in un maniera unica, come solo a Napoli succede. La prima cosa che si percepisce ascoltando i racconti della nostra guida è indubbiamente il legame fortissimo che i napoletani avevano e hanno tut’ora con i morti.

Sapete che proprio per questo motivo, questo luogo rimase chiuso per ben 41 anni, dal 1969 al 2010? E sapete perché? Perché la devozione alle capuzzelle era talmente spiccata che nessuno andava più in chiesa e i parroci della zona furono costretti ad adottare le maniere forti e a chiudere l’ossario, che fu riaperto solo nel 2010. A mali estremi, estremi rimedi.

La visita

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Sono arrivate le 10.00, l’orario di apertura.

Entriamo in quella che come abbiamo già detto, era una grande cava di tufo.

Inizialmente, ci aggiriamo con una grande curiosità tra i teschi, fino a quando raggiungiamo le vasche, dove venivano fatti scolare i corpi dei defunti. Testa in giù e piedi in alto, i corpi venivano appesi in queste vasche, ormai chiuse, che al tempo del loro utilizzo erano profonde fino a 10 metri.

Le vasche

E da qui un curioso racconto.

Sapete perché a Napoli i becchini si chiamano “schiattamuorti”? Perché bucavano con un attrezzo i corpi dei defunti e dal corpo ormai gonfio schizzavano fuori gas e liquidi. Non era raro che chi faceva questo lavoro morisse a causa delle malattie, soprattutto durante i periodi in cui la città era colpita da forti epidemie.

Ma continuiamo la visita.

Quindi… Abbiamo detto che qui venivano lasciati i corpi delle persone meno abbienti, che non potevano permettersi una vera e propria sepoltura.

E allora cosa fanno qui i coniugi Carafa? In effetti, sono solo due i personaggi ricchi ad essere seppelliti qui, Filippo Carafa e la moglie Donna Margherita Petrucci. Perché? Erano talmente amanti della cultura e delle tradizioni che ritenevano di essere addirittura i proprietari del cimitero. Le bare che vediamo oggi sono quelle originali dell’epoca.

Guardate! Donna Margherita ha la bocca aperta! No, non lasciatevi andare a facili battute! Non è morta mentre stava parlando, o magari insultando il marito, ma si dice che sia morta soffocata mentre mangiava uno gnocco.

Donna Margherita Petrucci

Qualche passo oltre e curiosiamo tra i resti.

Vedete nelle teche la scritta “grazia ricevuta”? Erano proprio efficienti queste capuzzelle!

E come mai in una teca ci sono anche più teschi, tutti adottati dalla stessa persona?

Perché un teschio poteva compiere solo una grazia e se le richieste da parte del fedele erano molteplici, allora bisognava affidarsi ad altre capuzzelle e ovviamente… più teschi si adottavano, più possibilità c’era che la grazie si compisse.

E quei teschi girati? Eh, quelli sono in punizione, sono quelli che non hanno saputo fare bene il loro lavoro, non adottateli!

Tra tante capuzzelle, alcune hanno una storia particolare e questa è la mia preferita.

Donna Concetta

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Questo teschio, al quale è stato dato il nome di Donna Concetta, ha compiuto una vera e propria grazia.

Donna Concetta, nella teca di sinistra

Nel 1948, un ragazzo, tale Raffaele, scese nell’ossario e rimase colpito da questo teschio, perché era l’unico lucido e non ricoperto da polvere. Così lo prese in mano e lo accarezzò, poi uscì e tornò a casa. Durante il tragitto si accorse di avere le mani umide e iniziò ad urlare alla grazia. Durante la notte, Donna Concetta gli apparve in sogno e fece la cosa migliore che poteva fare: gli diede i numeri del lotto… vincenti! Così, il giorno successivo, Raffaele tornò e fece costruire una teca in marmo per Concetta. Chi non l’avrebbe fatto?

Vorrei anche io la mia Concetta…

Tra i vari resti, ce ne sono anche di più recenti, per esempio passiamo davanti ad una teca nella quale si trova una bambina che indossa ancora l’abito della Prima Comunione.

Ma torniamo a racconti più divertenti.

Un’altra storia curiosa, e forse ancora più famosa di quella di Donna Concetta, riguarda il teschio del Capitano.

Il Capitano

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Tante sono le leggende e i racconti che riguardano questa capuzzella, io ve ne racconto una.

Una ragazza veniva sempre qui a pregare nella speranza di potersi sposare… e sempre più preferisco Donna Concetta…

Pensate che tanto forte era la sua volontà, che promise addirittura al Capitano di invitarlo al matrimonio se il suo desiderio si fosse realizzato. Ma il suo ragazzo, geloso e sicuro di un tradimento poiché la ragazza spariva per intere giornate, un giorno la seguì e la trovò qui a cospetto del teschio del Capitano. Il giovane affrontò il suo rivale, infilzandogli un bastone nell’occhio. A proposito, vedete l’occhio nero?

Il Capitano

I due ragazzi, comunque, riuscirono a realizzare il loro desiderio, ma sapete cosa successe il giorno del ricevimento di nozze?

Indovinate chi bussò alla porta?

Proprio il Capitano in carne e ossa. Più ossa che carne, tanto che quando il Capitano aprì il suo mantello nero e mostrò lo scheletro, i due sposi morirono di paura… nel vero senso della parola.

…e qui vicino c’è proprio la loro bara…

Gli sposi

Ed ora l’unica nota triste.

Qui c’è anche un bambino, Peppiniello, morto nel 1974 ad appena due anni e mezzo. I genitori chiesero il piacere al parroco di seppellirlo qui, anche se l’ossario era chiuso e la cosa ovviamente proibita. Il parroco acconsenti, a patto che tutto si svolgesse di notte quando nessuno poteva vedere e che la bara rimanesse aperta, in modo che il corpicino del piccolo si asciugasse. I genitori acconsentirono e la bara rimase senza coperchio fino al 2010, quando l’ossario venne riaperto. All’interno della bara è ancora visibile la foto di Peppiniello in braccio alla sua mamma, che la stessa volle lasciare qui come ricordo.

Adesso abbiamo proprio terminato.

Che dire, la visita è stata sicuramente molto suggestiva, come la maggior parte delle cose qui a Napoli.

Un consiglio

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Visitare il cimitero da soli, per quanto vi siate documentati, non sarà mai interessante quanto ascoltare i racconti di una guida o comunque di un napoletano verace.

Fidatevi!

Come arrivare

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Se decidete di raggiungere il Cimitero delle Fontanelle con i mezzi pubblici, allora vi consiglio la metropolitana.

Prendete la Linea 1, che collega Garibaldi a Piscinula, e scendete alla stazione Materdei.

Dall’uscita della stazione, imboccate Via Guglielmo Appulo, poi svoltate subito a sinistra in Via Bartolomeo Caracciolo. Alla fine della strada, scendete le scale e svoltate di nuovo a sinistra in Via Fontanelle.

Dopo la chiesa, trovate l’ingresso del cimitero, aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00.

L’ingresso è gratuito, ma le visite guidate sono ovviamente a pagamento.

 

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