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The Real America

Itinerario tra Wyoming Montana e South Dakotaal America

The Real America Itinerario

Prima di partire insieme per questo viaggio, è necessaria una premessa. Cosa si intende per Real America? Con Real America si identificano quattro stati americani, quelli che nell’immaginario collettivo, e non solo, rappresentano meglio l’America autentica, vera, quella dei cowboys, dei rodei, della natura selvaggia, di nomi quasi leggendari come Calamity Jane, Wild Bill Hickok, Buffalo Bill, Toro Seduto e Nuvola Rossa.

Ma quali sono questi stati? Wyoming, Montana, North Dakota e South Dakota.

In realtà, noi ci concentreremo prevalentemente su due di questi, il Wyoming e il South Dakota, se pur con qualche puntatina in Montana.

Detto questo, preparate la valigia che si parte.

Generalmente, chi si prepara per questo viaggio, sceglie tra due aeroporti, quello di Salt Lake City e quello di Denver.

Noi abbiamo scelto quello di Denver.

E’ il 13 settembre 2018 e ha inizio la nostra avventura.

1° giorno

BOLOGNA – DENVER – CHEYENNE

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Eccoci qui, all’Aeroporto Internazionale di Denver, atterrati alle 14:45 dopo più di 10 ore di volo e qualche turbolenza di troppo. Dopo il controllo passaporti e con valige al seguito, siamo pronti per recuperare l’auto. Anche questa volta Alamo non ci deluderà.

Ora inizia veramente la vacanza. Eh sì, perché questa volta non ci limitiamo a raggiungere un albergo comodo vicino all’aeroporto, ma puntiamo il navigatore verso Cheyenne. In fin dei conti sono le 16.15 e in un paio d’ore al massimo saremo a destinazione, così domani avremo meno strada da fare e più tempo da dedicare alle cose da vedere.

La stanchezza, però, inizia a farsi sentire e lungo la strada una sosta da Taco Bell non ce la leva nessuno. Burritos e nachos, così, giusto per riprenderci un attimo. Dopo poco, oltrepassiamo il confine tra Colorado e Wyoming.

A meno di 20 chilometri di distanza c’è Cheyenne, la capitale.

Ecco il nostro albergo, è il Tru by Hilton, giusto compromesso qualità-prezzo.

Adesso sì che è arrivato il momento di riposare.

A domani!

 

2° giorno

CHEYENNE – AYRES NATURAL BRIDGE PARK – CASPER – HELL’S HALF ACRE – DUBOIS

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No, dico io… volete sapere a che ora mi sono svegliata stamattina? Alle 3 in punto! Inutile dire che una volta fatta colazione, non ho aspettato neanche un attimo prima di partire.

Oggi i chilometri da percorrere sono tanti, circa 650, è meglio iniziare con una bella passeggiata.

Siamo a oltre 1800 metri di altezza, nel cuore delle Rocky Mountains. L’aria fresca si fa sentire, soprattutto a quest’ora della mattina, ma è talmente tanta la voglia di scoprire cose nuove, che ci mettiamo in marcia di buon’ora, pronti ad esplorare il centro storico di Cheyenne.

Le strade sono ancora deserte, Cheyenne è tutta per noi.

Cheyenne

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Il nome di Cheyenne è stato dato a questa città dagli indiani Sioux. Nel 1867, con l’avvento della Union Pacific Railroad, quello che era un piccolo insediamento si espanse fino a diventare un vero e proprio centro abitato.

La nostra visita inizia dal Wyoming State Capitol, a cinque minuti d’auto dal nostro albergo. I lavori per la sua costruzione iniziarono il 18 maggio 1887, quando il Wyoming era ancora uno stato a sé. Infatti, fu annesso agli Stati Uniti solo tre anni più tardi, il 10 luglio 1890. Nel corso degli anni subì diversi rifacimenti. Solo per dare l’idea della sua grandezza, il palazzo è lungo più di 90 metri (300 piedi, per la precisione) e la cupola dorata supera i 44 metri di altezza. In occasione del centenario della sua costruzione, la pietra angolare fu rimossa e, insieme ad essa, i documenti che conteneva vennero portati all’Archivio di Stato.

A proposito di lavori… tra camion, gru e impalcature, qui della cupola dorata neanche l’ombra e quindi niente foto dello State Capitol.

Tutta la zona è chiusa per lavori. Quale cosa migliore se non rimettersi in auto? E’ arrivato il momento di salutare Cheyenne.

Stiamo viaggiando da più di due ore, abbiamo attraversato strade deserte e paesaggi bellissimi, ci vorrebbe una sosta.

E perché non approfittare dell’Ayres Natural Bridge Park?

Ayres Natural Bridge Park

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Il parco è aperto da metà aprile a metà ottobre e l’ingresso è gratuito.

Qui il torrente LaPrele ha modellato le rocce per molti decenni e questo bellissimo parco è il risultato naturale dell’azione erosiva del fiume.

Ayres Natural Bridge Park

Ma questo luogo non è per tutti così bello e tranquillo come appare ai nostri occhi. I Nativi Americani, per esempio, lo consideravano un luogo sinistro. Perché? Una leggenda narrava di un ragazzo colpito da un fulmine proprio qui, nel mezzo del canyon. Così si diffuse la credenza tra gli indiani che sotto ai ponti vivesse uno spirito malvagio.

Il parco in realtà non è particolarmente grande, anzi. Però è proprio quello che fa al caso nostro, il modo migliore per spezzare questa lunga giornata in auto. L’ideale sarebbe venire qui per un pic nic. Le aree attrezzate con panchine, tavolini e barbeque sono innumerevoli e anche gli spazi dedicati ai bambini non mancano. L’ideale per le famiglie, insomma.

Dopo appena una mezz’ora siamo pronti per ripartire.

Puntiamo il navigatore in direzione di Casper, ma in realtà non è nostra intenzione fermarci.

Casper è la seconda città più grande del Wyoming. In questa vacanza preferiamo dedicarci alla natura e ai piccoli centri abitati, probabilmente più caratteristici e meno dispersivi di una grande città.

Comunque, perché non parlare ugualmente un po’ di Casper?

Casper

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Casper, così come Cheyenne, ebbe un periodo di grande espansione con l’avvento della Wyoming Central Railway, anche se già precedentemente era un importante punto di passaggio del paese. Infatti, qui si trovava Fort Casper, dal quale deriva il nome della città, un forte utilizzato prima come ufficio postale, poi come stazione di sosta per le carovane. Casper è stata anche un’importante centro industriale, tanto da essere soprannominata “Oil City”, la “Città del Petrolio”. Per lo più, oggi Casper deve i suoi introiti al turismo.

E raccontando, raccontando, siamo quasi arrivati a Hell’s Half Acre.

Hell’s Half Acre

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Appena parcheggiata l’auto, mi avvicino alla rete di protezione e la prima cosa che mi salta all’occhio è la stranezza di questo luogo. Una gola profonda 45 metri, a ferro di cavallo, nella quale sono state ritrovate punte di frecce e ossa di bufali, il che indica che per gli indiani questa era una zona di caccia.

Hell’s Half Acre

Canyon e formazioni rocciose si succedono in un’area di 320 acri, altro che Half Acre…

Sapete che qui, nel 1997, hanno girato Starship Troopers?

E’ ora di rimetterci in auto. Ci aspetta il tratto più lungo di strada, quasi tre ore prima di raggiungere Dubois, dove alloggeremo questa notte.

Inizialmente il paesaggio sembra un po’ monotono, non tanto diverso da quello che abbiamo incontrato lasciando Cheyenne. Un paesaggio quasi desertico, poche macchine in circolazione, nessun centro abitato. Quello che a molti potrebbe sembrare angosciante, per me è bellissimo e soprattutto molto rilassante.

Poi, improvvisamente, mentre attraversiamo la Riserva Indiana di Wind River, il paesaggio cambia drasticamente e addirittura più volte nel giro di appena qualche miglia.

Una meraviglia di colori.

Sei ore sono passate velocissime. A dire la verità, quasi otto considerando tutte le soste.

Dubois si avvicina. Per questa notte abbiamo scelto il Longhorn Ranch Lodge & RV Resort, leggermente fuori dal centro del paese.

Dubois

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Lasciate le valige in camera, siamo pronti per cercare un posto carino dove mangiare qualcosa.

Dubois

Durante la nostra ricerca, scopriamo che a Dubois c’è una curiosa attrazione. Si tratta del National Bighorne Sheep Interpretive Center, tutto incentrato sulle pecore delle Montagne Rocciose, quelle che abbiamo incontrato anche noi lungo la strada ma che non sono riuscita a fotografare. Sfortunatamente noi non riusciremo a visitarlo, ma se passate da queste parti, perché non fermarvi un attimo?

Intanto, girovagando per Dubois abbiamo individuato il nostro ristornate. Stasera si cena da Cowboy Cafe!

Cowboy Cafe, Cowgirl Burger

Che ve ne pare? Vado a nanna soddisfatta.

 

3° giorno

DUBOIS – GRAND TETON – JACKSON – WEST YELLOWSTONE

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Questo è il primo dei tre giorni completamente dedicati alla natura. Ce ne saranno altri nel corso di questa vacanza, ma tra Grand Teton e Yellowstone raggiungeremo veramente il top.

Una giornata è poca per esplorare il Grand Teton National Park, lo so, ma purtroppo il tempo a nostra disposizione è questo e cercheremo di sfruttarlo al meglio.

Forza, sono le 7.00, facciamo colazione e iniziamo la nostra avventura!

Grand Teton National Park

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Tra meravigliosi laghi, cime elevate e fiumi impetuosi, il Grand Teton National Park si estende per 1254 kmq circa.

Ma prima di immergerci nella natura più selvaggia, qualche informazione pratica.

Come arrivare

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Le entrate al Grand Teton sono due, la Moose Entrance e la Moran Entrance.

Nel nostro caso, arrivando da Dubois, preferiamo la Moran Entrance, in prossimità del Jackson Lake. In circa un’ora e un quarto si arriva a destinazione.

Per chi proviene da Jackson, invece, l’entrata è Moose Entrance, da dove inizia la Teton Park Road. Bastano 20 minuti e si è all’ingresso del parco.

 

La visita

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Dicevamo… Da Dubois in poco più di un’ora abbiamo raggiunto Moran Junction.

A ogni bivio corrisponde un dilemma.

Se svoltiamo a destra seguendo le indicazioni per Yellowstone, entriamo subito nel parco. Andando a sinistra, invece, continuiamo lungo la US-191 fino a raggiungere la Cunnigham Cabin.

E’ deciso, andiamo a sinistra.

In dieci minuti siamo al parcheggio.

 

Cunnigham Cabin

Cunnigham Cabin

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Costruita nel 1888 da John Pierce Cunningham, consiste in due piccole strutture unite da un tetto che costituisce un passaggio coperto. John abitò qui con la moglie Margaret fino al 1895, quando l’edificio fu utilizzato come granaio. Cunningham gestì questo ranch fino a quando la siccità non rovinò i raccolti e il prezzo del bestiame crollò ai minimi storici.

Risaliamo in auto, stessa direzione. Ancora qualche miglio e siamo allo Snake River Overlook, dove il gruppo del Grand Teton fa da sfondo a questo lunghissimo fiume che attraversa il parco.

Snake River Overlook

Adesso possiamo tornare indietro e dirigerci finalmente verso l’entrata del parco.

In men che non si dica ci siamo.

Grand Teton, Moran Entrance

Mostriamo il National Parks Pass a Salvatore, il ranger di origini italiane, ed entriamo curiosi di scoprire il Grand Teton.

Per prima cosa, attraversiamo una delle zone più fotografate del parco, l’Oxbow Bend.

 

Oxbow Bend

Oxbow Bend

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Qui lo Snake River forma un’ansa, un po’ come succede in Colorado all’Horseshoe Bend. La cosa che rende tutto ancora più bello è il riflesso del Monte Moran nell’acqua. E se riusciste a venire qui il mattino presto, allora potreste anche vedere le alci che si abbeverano nel fiume.

Noi non siamo stati così fortunati, anche perché non è sicuramente l’alba, ma il panorama davanti a noi ci ripaga di tutto.

Dopo aver scattato una quantità indicibile di foto, siamo pronti per ripartire verso Jackson Lake.

Qualche minuto di strada ed eccolo davanti a noi.

Jackson Lake

E di lago in lago, perché non raggiungere il Jenny Lake?

E’ presto fatto.

Lungo il percorso attraversiamo la diga di Jackson Lake, poi ci fermiamo per qualche foto davanti alla Cappella del Sacro Cuore, costruita nel 1930 e location ideale per i matrimoni che si celebrano al Grand Teton.

Chapel of Sacred Heart

Infine, imbocchiamo la Jenny Lake Road, una strada panoramica che porta dritti dritti davanti al lago.

 

Jenny Lake

Jenny Lake

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Il lago è indubbiamente meraviglioso, con le montagne che lo rendono ancora più bello, ma io sono una persona concreta e una domanda mi sorge spontanea.

Chi era Jenny?

Mettetevi comodi, mi sono documentata, vi racconto una storia.

Nel 1872, un uomo conosciuto dai più come “Beaver Dick” Leigh per i suoi lunghi denti che lo facevano assomigliare a un castoro, cresciuto tra i monti e più amante degli animali che degli uomini, accompagnò Ferdinand Hayden alla scoperta del Grand Teton. In segno di gratitudine, Hayden decise di dedicare a Jenny, la moglie di Dick, questo bellissimo lago alpino. Ma perché proprio a Jenny? Sicuramente per la sua generosità: nel 1876, durante la gravidanza, Jenny, che apparteneva alla tribù degli Shoshone, decise di aiutare una donna malata, non sapendo che aveva il vaiolo, una malattia ovviamente molto contagiosa. Così, sia Jenny che i suoi quattro figli morirono e Dick decise di seppellirli a Jackson Hole.

Adesso ci rimangono ancora due cose da vedere, una all’interno del parco ed una all’esterno.

Iniziamo dalla Cappella della Trasfigurazione, costruita nel 1925 in legno per i mandriani e i contadini della zona.

Chapel of Transfiguration

Adesso imbocchiamo l’uscita, ma alla Moose Junction giriamo a sinistra, perché dobbiamo ancora visitare Mormon Row.

Per raggiungere questa zona, percorriamo un tratto della Antelope Flats Road, una strada panoramica aperta tra le pianure che ci permetterà di vedere bisonti e antilopi… almeno speriamo!

No, oggi non è decisamente la nostra giornata fortunata, di animali selvatici neanche l’ombra!

Comunque…

Mormon Row

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Nel XIX secolo, nella valle tra il Gros Ventre River e lo Snake River si trasferì una cospicua comunità di mormoni proveniente dall’Idaho. Qui costruirono case, una chiesa e una scuola. Vista la fertilità del terreno, i mormoni vivevano prevalentemente di agricoltura.

Ci aggiriamo tra le case e anche noi non possiamo fare a meno di fotografare il famosissimo fienile costruito da John e Thomas Alma Moulton.

Fienile di John e Thomas Moulton

Un’altra icona di questo luogo è sicuramente la fattoria di Andy Chambers, costruita nel 1912 in luogo decisamente inospitale soprattutto per un contadino. Lontani da Jackson, il centro abitato più significativo della zona, i Chambers dovevano provvedere da soli al loro sostentamento, nonostante nel ranch non arrivassero né l’acqua corrente, né l’elettricità.

Fattoria di Andy Chambers

Adesso abbiamo proprio terminato, il Grand Teton non ha più segreti per noi.

In realtà, non è proprio vero. Noi ci siamo limitati a vedere le cose principali, i punti panoramici più significativi, ma se avessimo avuto più tempo, ci sarebbe sicuramente piaciuto percorrere almeno qualcuno dei tanti sentieri che attraversano il parco. E se addirittura fossimo stati più sportivi, avremmo anche potuto esplorare il Grand Teton in bici… ma questo non è sicuramente il mio caso.

Comunque sono molto contenta di com’è andata la giornata, che per altro non è ancora finita.

Torniamo sulla US-191 e proseguiamo dritti fino a Jackson.

Jackson

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Un bel giretto per questa tipica cittadina di cowboy, una corsa forsennata alla ricerca delle palle dell’albero di Natale, un caffè da Sturbucks (anche qui con sottofondo di Baglioni, visto che TU mi ha praticamente inviato tutto il concerto per WhatsApp) e l’immancabile foto sotto l’arco di Town Square, realizzato interamente con corna di alce.

Jackson

Da Jackson, per raggiungere il nostro albergo a West Yellowstone, in Montana, servono almeno due ore e mezza di auto. Due ore e mezza nelle quali avremo un piccolo assaggio dell’Idaho.

Abbiamo deciso di rimanere a West Yellowstone per tre notti. Qui gli alberghi non sono proprio a buon mercato, ma siamo stati abbastanza fortunati e dopo mille ricerche, abbiamo scelto il One Horse Motel, in posizione comoda e vicino all’entrata dello Yellowstone.

Ma appena lasciate le valige, abbiamo una missione importantissima da compiere: comprare il campanellino anti-orso.

Avete capito bene, il campanellino anti-orso!

Andiamo a colpo sicuro, so per certo che nello store vicino al motel ce l’hanno, me lo ha detto Mauri!

Se poi non dovesse servire per allontanare gli orsi… e lo spero vivamente… potremmo sempre appenderlo all’albero di Natale. Qualcuno mi guarda come se fossi matta, ma ormai dovrebbe conoscermi…

Detto fatto, missione compiuta!

Adesso si cena da Taqueria Malverde, un ristorante messicano ricavato in un vecchio autobus. Caratteristico e anche buono, ve lo consiglio!

A domani, lo Yellowstone ci aspetta!

 

4° giorno

YELLOWSTONE NATIONAL PARK

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La nostra giornata inizia prestissimo, sicuramente per colpa del fuso orario, ma altrettanto sicuramente per la smania di visitare lo Yellowstone. Troveremo Yoghi e Bubu pronti a rubarci il cestino della merenda? Beh, forse sarebbe meglio di no, mi accontenterei volentieri di Ranger Smith.

Caffè e abbondante colazione, siamo pronti per affrontare la giornata.

Saliamo in macchina e in cinque minuti siamo all’ingresso del parco.

Il primo ranger in effetti c’è ed è quello che controlla la validità del nostro National Park Pass.

Un saluto caloroso ed entriamo.

 

Yellowstone National Park

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Prima di immergerci tra le meraviglie dello Yellowstone National Park, qualche curiosità.

Il parco, dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1978, copre un’area che raggiunge quasi i 9000 kmq, quindi abbiamo già da mesi diviso virtualmente il parco in zone e definito bene l’itinerario, in modo da ottimizzare al meglio il tempo a nostra disposizione.

Due giorni potrebbero sembrare sufficienti almeno per vedere le cose essenziali, ma sarà vero?

Mentre ci addentriamo nel parco, inizio a pensare a quante volte ho sentito dire:

“Lo Yellowstone è un supervulcano attivo, il giorno che erutterà distruggerà tutto quello che trova intorno…”

oppure

“La gande quantità di magma che fuoriuscirà, coprirà un’area vastissima, fino addirittura a raggiungere gli stati vicini”

e così via…

In realtà qui di vulcani neanche l’ombra. Perché? Perché è lo stesso Yellowstone ad essere un grande vulcano, la caldera del supervulcano si trova proprio sotto al parco, sotto ai nostri piedi. Dita incrociate, allora!

Pensate che è stata proprio la sua ultima eruzione, avvenuta circa 640000 di anni fa, ad alimentare i geyser e le numerose sorgenti termali che rendono unico questo luogo.

E noi? Vogliamo un inizio col botto? Vada per i geyser, allora!

Dirigiamoci verso l’Upper Geyser Basin.

 

Upper Geyser Basin

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Qui il padrone incontrastato è l’Old Faithful, il geyser più famoso del parco, che erutta più o meno ogni 90 minuti. Pensate che l’altezza del getto d’acqua può superare anche i 50 metri. Un vero spettacolo!

Ma dovremmo aspettare per vederlo in azione, perché la fortuna non ci assiste tantissimo in questi casi e l’Old Faithful ha appena eruttato. Cosa facciamo intanto?

Ovvio! Un bel giro tra i geyser e le sorgenti sulfuree della Upper Geyser Basin.

Grazie ad un sistema di passerelle, raggiungiamo i geyser vicini.

 

A spasso tra i geyser

Come prima cosa, rimaniamo colpiti dai colori. Un susseguirsi di verde, giallo, blu e arancio così intensi da sembrare finti.

Poi mi ritrova davanti alle Doublet Pool, tipiche per il loro colore azzurro intenso.

Doublet Pool

Proseguo incredula. Fidatevi, le emozioni che si provano qui sono qualcosa di inspiegabile.

Beach Spring, Liberty Pool, Belgian Pool sono solo alcune delle piscine e delle sorgenti che attirano la mia attenzione.

Che colori incredibili… e che rumori! L’acqua che ribolle, le piccole eruzioni, adesso capisco meglio la storia del supervulcano sotto ai nostri piedi.

Poi ancora oltre, sempre a bocca aperta.

Davanti a me Chromatic Pool.

Chromatic Pool

Ecco il Castle Geyser, famoso per essere il più vecchio geyser del parco. Pensate, gli studiosi affermano che potrebbe avere tra i 5000 e i 15000 anni di età. Purtroppo erutta solo ogni 13 ore, ma le sue eruzioni possono essere previste già con un paio d’ore di anticipo. Mmm… il cartello indica che oggi erutterà alle tre del pomeriggio. Troppo tardi, passiamo oltre.

Alla fine delle passerelle, ecco il Grotto Geyser, difficile da vedere in azione perché erutta circa ogni otto ore. Sarà per un’altra volta. Intanto scattiamo qualche foto.

Grotto Geyser

Verso l’Old Faithful

Adesso che si fa? Torniamo indietro sempre seguendo le passerelle o per la strada che fiancheggia i geyser?

Scegliamo le passerelle, perché è rimasto ancora qualcosa da vedere.

E cosa!

Guardate un po’! Siamo davanti a Crested Pool e da qui si ha una bellissima visuale su buona parte dell’Upper Geyser Basin.

Crested Pool

  • Ma che ore sono?
  • Dai, corri, ci siamo quasi, tra poco l’Old Faithful erutta.

In effetti il re del parco si è fatto un po’ attendere, ma ne è valsa a pena.

Old Faithful

Soddisfatti, ci rimettiamo in auto per raggiungere la Midway Geyser Basin.

 

Midway Geyser Basin

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E se il dei geyser è l’Old Faithful, quello delle sorgenti termali è senza dubbio il Grand Prismatc Spring.

La più grande sorgente termale del parco e degli interi Stati Uniti, rilascia oltre 2100 litri… avete letto bene, 2100 litri… di acqua nel Firehole River ogni minuto.

Uno spettacolo unico di colori vivi e sgargianti, dal blu al giallo, passando per l’arancio e il rosso. Prima di venire qui non ci credevo, ma è proprio come si vede nelle foto.

Grand Prismatic Spring

Vicino, ecco altre due meraviglie della natura, Opal Pool e Turquoise Pool.

Risaliamo in auto, percorriamo qualche miglio verso nord e raggiungiamo la Lower Geyser Basin.

 

Lower Geyser Basin

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Tra le attrazioni di questa zona, il Fountain Geyser, il White Dome Geyser, il Clepsydra Geyseer e il Great Fountain Geyser, che erutta ogni 10 ore e 45 minuti, raggiungendo un’altezza variabile che va dai 20 ai 60 metri. Questo è l’unico geyser che erutta regolarmente in questa zona.

Il mio preferito è il Clepsydra. Voi che ne dite?

Clepsydra Geyser

Risaliamo in auto, ma prima di arrivare alla Norris Geyser Basin, facciamo una breve sosta alle Gibbon Falls. Niente di che a dire la verità, ma visto che siamo qui, perché non fermarci un attimo?

Eccoci qua, arrivati alla Norris Geyser Basin.

Qualche difficoltà nel trovare parcheggio, ma alla fine ne usciamo vincitori.

 

Norris Geyser Basin

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Questa è la zona più calda del parco, e qui si trova il più alto geyser al mondo, lo Steamboat Geyser, ma di lui parleremo dopo.

Prima ci imbattiamo nell’Emerald Spring, profonda otto metri. Le pareti della vasca sono ricoperte di zolfo che, insieme alla luce blu riflessa, dona a questa piscina l’inconfondibile colore smeraldo. E da qui il nome.

Emerald Spring

Ora siamo davanti allo Steamboat Geyser.

Il suo getto può superare addirittura i 90 metri di altezza.

Le sue eruzioni sono irregolari e possono passare addirittura anni prima di vederlo in azione. Sapete quand’è stata l’ultima volta che ha eruttato dopo anni? La scorsa settimana, sempre per la fortuna di cui parlavo prima…

Steamboat Geyser

Un altro primato spetta a questa area del parco. Qui si trova il più grande geyser di acqua acida al mondo, l’Echinus Geyser, che erutta circa ogni paio d’ore. Ci fermiamo a vederlo?

Echinus Geyser

Meglio proseguire, si sta facendo tardi e il giro è ancora lungo.

Continuiamo lungo le passerelle che ci porteranno direttamente verso Porcelain Basin.

 

Porcelain Basin

In realtà, questo tratto della Norris Geyser Basin non è particolarmente suggestivo, ma credo sia più che altro colpa delle meraviglie che abbiamo visto prima.

Fino a quando arriviamo alla Porcelain Basin.

Qui rimaniamo letteralmente senza fiato.

Porcelain Basin

Un grande bacino, continuamente in ebollizione.

Perché questo curioso nome però? Basta guardare il colore biancastro, simile alla porcellana, appunto, che deriva dai depositi di geyserite.

E come di consueto oggi, via alle passerelle!

Tutto veramente fantastico.

Direi che per oggi con i geyser possiamo dire di avere finito. Magari domani potremmo tornare per tentare di vederne altri in azione. Chissà…

Adesso, però, è il momento di tornare a West Yellowstone.

Il viaggio di ritorno, che avrebbe dovuto esaurirsi in poco più di mezz’ora, dura invece più del doppio. Bisonti e alci non ne vogliono proprio sapere si spostarsi dalla strada. In fin dei conti, quella è casa loro, come dargli torto?

La giornata è stata comunque bellissima. Mi avevano detto tutti che lo Yellowstone era qualcosa di incredibile, ma mai avrei pensato tanto. E domani si continua ad esplorare nuove zone, sempre accompagnati dall’immancabile fauna locale.

5° giorno

YELLOWSTONE NATIONAL PARK

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Ha inizio la terza giornata dedicata alla natura.

Anche oggi lo Yellowstone è tutto per noi, ma se ieri ci siamo concentrati prevalentemente sui geyser, oggi è la giornata delle cascate, del canyon e dei laghi.

Colazione e via, siamo pronti per cominciare.

 

  • Ricordati il campanellino anti-orso!

Yellowstone National Park

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La prima cosa da visitare oggi sono le Mammoth Hot Springs, quindi a Medison Junction si gira a sinistra.

Il nostro percorso è un po’ rallentato, ci sono i lavori in corso, ma sono talmente contenta che non brontolo neanche un po’. Che fretta c’è?

Dopo più di un’ora, siamo al parcheggio.

 

Mammoth Hot Springs Terraces

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Ma cosa sono le Mammoth Hot Springs? Meravigliose terrazze in travertino formate da sorgenti di acqua calda che depositano il calcare in superficie creando un effetto davvero unico.

Mammoth Hot Springs Terraces

Una piacevole camminata tra le terrazze per ammirarne tutto lo splendore.

Anche qui le passerelle collegano i parcheggi alle Lower Terraces e alle Upper Terraces.

Se la pigrizia vi coglie, potete comunque percorrere in auto il tratto che separa le Upper Terraces dalle Lower Terraces, ma non sapete cosa vi perdete.

A due passi dalle Mammoth Hot Springs Terraces, troviamo la cittadina di Mammoth.

Beh… forse chiamarla cittadina è un po’ azzardato… Un piccolo ospedale, una chiesa e un ufficio postale è tutto quello che c’è.

Ovviamente la visita si esaurisce velocemente, giusto il tempo di qualche foto.

Prossima meta: Tower Falls.

 

Tower Falls

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Dopo circa tre quarti d’ora in auto, andando piano per cercare di avvistare alci, cerbiatti e bisonti, siamo nel parcheggio dal quale parte il breve sentiero che conduce alle cascate. Appena qualche minuto a piedi e ci siamo.

Le Tower Falls devono il loro nome ai pinnacoli che le circondano. Assomigliano a delle torri, non c’è che dire, anche se la foto non rende al massimo.

Tower Falls

E ora è la volta del Grand Canyon dello Yellowstone. Eh sì, anche lo Yellowstone ha il suo Grand Canyon.

Andiamo a vederlo!

Un’altra mezz’oretta in auto e ci siamo.

 

Grand Canyon of the Yellowstone

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Una delle più recenti esplosioni vulcaniche, quella avvenuta circa 600.000 anni fa… sì, forse non tanto recente… ha creato quella che è una delle meraviglie del parco, il Grand Canyon dello Yellowstone. Lungo circa 20 miglia, profondo dai 240 agli 365 metri circa, largo dai 457 ai 1220 metri.

Grand Canyon dello Yellowstone

  • Gira a sinistra, ci sono le indicazioni per le Lower Falls!

Sono le cascate più alte del parco, raggiungono i 94 metri, non possiamo non andare.

Purtroppo dobbiamo limitarci a vedere le cascate dal punto panoramico, perché il sentiero al momento è chiuso. Che peccato non poter scendere i 328 scalini che portano ai piedi delle Lower Falls!

Lower Falls

Raggiungiamo in auto le Upper Falls, scattiamo qualche foto e proseguiamo. La Hayden Valley è tutta per noi.

 

Hayden Valley

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Attraversata dallo Yellowstone River, la Hayden Valley è una delle zone del parco più popolate dalla fauna locale e anche per questo una delle più belle da attraversare.

Hayden Valley

Binocoli sempre pronti, ma di animali neanche l’ombra. Mi viene il dubbio che sarebbe meglio passare di qui la mattina presto, quando questa zona non è così battuta e anche gli animali possono godersi un po’ di tranquillità.

Visto qualcosa?

Noi, noi no, noi, noi no, noi oh noi no…

 

In lontananza vediamo comparire il Lago di Yellowstone.

 

Lake of the Yellowstone

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Il Lago di Yellowstone è il lago di montagna più grande degli Stati Uniti e si è formato nella caldera di un vulcano. Inutile dire che le passeggiate che si potrebbero fare nei pressi del lago sarebbero innumerevoli, ma la stanchezza inizia a farsi sentire, quindi passiamo oltre.

Lago di Yellowstone

Ormai non ci rimane tantissimo tempo e soprattutto siamo già nella zona sud del parco.

Risaliamo verso West Yellowstone.

  • Guarda, cos’è quello?
  • Un coyote!
  • Non lo avevo mai visto prima!

Intanto mi viene un’idea. Perché non ci fermiamo al Visitor Center per vedere gli schedulati dei geyser?

Ma anche oggi i geyser non sono dalla nostra parte. Il primo ad eruttare è l’Old Faithful, ma tra quasi un’ora e mezza e oltretutto l’abbiamo già visto, poi nel tardo pomeriggio ce ne saranno altri.

Niente da fare, risaliamo in macchina.

E intanto penso…

Le meraviglie dello Yellowstone sono il risultato visibile della continua attività sotterranea del supervulcano. Ma non solo. Le sterminate pianure, le montagne, i laghi, i fiumi, poi la sua meravigliosa fauna.

Tutto questo, e tutto insieme, rende unico questo parco.

A proposito, ho per caso detto fauna?

Bisonti: visti in abbondanza

Alci: viste

Alci americane: mancano all’appello

Coyote: visto

Lupi: neanche l’ombra

Cerbiatti: visti

Orsi: eh no, ho il campanellino!

Volatili: tanti, ma non so quali

Direi che posso ritenermi fortunata, che ne pensate?

Domani, comunque, raggiungeremo Cody attraversando di nuovo il parco, quindi… orsi, siete pronti a farvi fotografare? Cheese!!!

 

6° giorno

WEST YELLOWSTONE – YELLOWSTONE NATIONAL PARK – CODY

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Oggi dobbiamo salutare West Yellowstone e spostarci verso Cody.

Sono due le strade che collegano West Yellowstone a Cody attraversando lo Yellowstone: la Buffalo Bill Scenic Byway e la Chief Joseph Scenic Highway.

Visto che ci rimane ancora qualcosa da vedere all’interno del parco, io suggerisco la Buffalo Bill Scenic Byway, che è decisamente più in linea con il nostro percorso.

Quindi rientriamo allo Yellowstone.

 

Yellowstone National Park

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Abbiamo detto che abbiamo ancora qualcosa da vedere. Più di qualcosa, a dire la verità, ma io mi sono intestardita e voglio vedere ancora qualche geyser in azione.

Sarà la nostra giornata fortunata? Andiamo verso la Upper Geyser Basin, tanto è di strada.

Passiamo al Visitor Center per vedere gli schedulati e… guarda un po’!

L’Old Faithful erutta tra 10 minuti, poi a ruota il Castle Geyser e il Daisy Geyser.

Ce l’abbiamo fatta.

Anche se avevamo già visto eruttare l’Old Faithful, ci godiamo nuovamente lo spettacolo, stavolta senza l’ansia di dover filmare e fotografare tutto.

Appena il Vecchio Fedele ha terminato il suo lavoro, ci spostiamo verso il Castle Geyser, che erutta addirittura in anticipo rispetto all’orario previsto.

Se anche voi sarete così fortunati da vederlo in azione, noterete prima una grande eruzione di acqua, seguita da circa 30 minuti di fuoriuscita di vapore.

Non male, direi!

  • Dai, andiamo verso il Daisy Geyser, dovremmo fare in tempo.

E così è stato.

Ma visto che domenica non l’abbiamo visto, nell’attesa ne approfitto per raccontarvi qualcosa.

 

Daisy Geyser

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Il Daisy Geyser fa parte di un gruppo di geyser e di sorgenti calde tutte connesse tra di loro. Le spaccature sotterranee permettono all’acqua e al vapore di circolare liberamente quindi, nonostante le eruzioni del Daisy siano generalmente prevedibili, sono comunque dipendenti dalle azioni dei suoi vicini. Quando il Bonita Pool ribolle troppo o lo Splendid Geyser erutta, ad esempio, allora il Daisy può subire variazioni rispetto allo stimato.

A me però sembra tutto tranquillo.

Infatti…

Daisy Geyser

Ogni geyser, comunque, erutta in modo diverso rispetto agli altri, quindi non correte il rischio di incappare in quello che io chiamo “Effetto Castelli della Loira”, quella noia che ti prende dopo aver visto più di una volta cose simili tra loro.

Adesso possiamo proprio dire di essere soddisfatti.

Torniamo al parcheggio, ci rimane un’ultima cosa da vedere.

Cosa? La West Thumb Geyser Basin.

 

West Thumb Geyser Basin

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In questa zona, a ridosso del Lago di Yellowstone, si trova un altro nucleo di geyser, sorgenti di acqua calda, pozze di fango e fumarole che insieme gettano giornalmente quasi 12000 litri di acqua calda nel lago.

Anche qui, un efficiente sistema di passerelle facilita il percorso.

Ci sono alcune particolarità che contraddistinguono la West Thumb Geyser Basin.

Quali?

Guardate!

Fishing Cone e Lakeshore Geyser

Non sembrano dei mini-vulcani? E la loro posizione? Decisamente insolita, sulle rive del Lago di Yellowstone, tant’è che quando l’acqua è alta, il più piccolo dei due crateri del Lakeshore Geyser scompare alla vista.

Proseguiamo lungo la passerella fino a Black Pool.

Black Pool

Cosa? Non è nera? Vero! Purtroppo dal 1991 la temperature dell’acqua è salita e la piscina ha perso il tipico colore nero che la contraddistingueva e che le aveva dato il nome. Anche adesso però non è male!

E cosa ne dite di Abyss Pool?

Abyss Pool

Che colori… e che valore aggiunto!

Adesso possiamo rimetterci in macchina e ricominciare il nostro viaggio in direzione Cody.

Da West Thumb Geyser Basin costeggiamo il lago fino alla East Entrance e qui siamo proprio costretti a salutare lo Yellowstone. Abbiamo temporeggiato fino a quando abbiamo potuto, ma adesso basta. Lasciamo da parte il parco e concentriamoci su pistoleri, cowboys e indiani.

 

Buffalo Bill Scenic Byway

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Superato l’ingresso, nel nostro caso l’uscita, di East Yellowstone, ha inizio la Buffalo Bill Scenic Byway, 52 miglia lungo i quali si sussegue un panorama a dir poco meraviglioso.

Non a caso, quando il presidente Roosevelt ha percorso per la prima volta questa strada, ne è rimasto talmente colpito da definirla “le migliori 50 miglia degli Stati Uniti”.

Non so se abbia un po’ esagerato, ma sicuramente il panorama toglie il fiato.

Si inizia attraversando la Shoshone National Forest, la prima foresta nazionale degli USA, poi la Wapiti Valley, spazi sconfinati dai colori indescrivibili.

Un’ora passa velocemente e in men che non si dica, ecco Cody comparire all’orizzonte.

 

Cody

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Cody

Di cose da fare a Cody ce ne sono davvero tante ed è per questo che abbiamo deciso di passare qui almeno due notti. L’albergo che abbiamo scelto è il Comfort Inn at Buffalo Bill Village Resort, praticamente in pieno centro.

Ma da dove iniziare la nostra visita di Cody?

Facile! Si parte con una bella passeggiata, giusto per orientarci e poi è già deciso, si cena da Wyoming’s Rib & Chop House.

 

7° giorno

CODY

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Oggi rimaniamo a Cody, quindi ce la possiamo prendere decisamente con calma. Niente valige da caricare in auto, niente levatacce per vedere gli animali, oggi solo musei.

Attraversata dal fiume Shoshone, Cody è la città dei cowboy e dei rodei per eccellenza. Qui si respira un’atmosfera unica. Cody fu fondata nel 1896 da Buffalo Bill, personaggio indubbiamente unico nel suo genere e indiscutibile icona del Vecchio West.

Solo per rinfrescare un attimo le idee,

 

Chi era Buffalo Bill?

Il suo vero nome era William Frederick Cody. Inizialmente cacciatore di bisonti… ovviamente… si arruolò nell’esercito per poi diventare addirittura attore. Eclettico, direi! Pensate che al suo spettacolo, il famoso “Buffalo Bill Wild West Show”, parteciparono come attori anche Calamity Jane e, tenetevi forte, il mitico capo dei Sioux Toro Seduto. Con il suo spettacolo, che portò in tournee nel mondo per anni, Buffalo Bill ebbe il grande pregio di far conoscere all’Europa il mondo del Vecchio West.

Ma veniamo a noi.

Da dove cominciamo stamattina?

Suggerisco l’Old Trail Town.

 

Old Trail Town

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Più che un museo, l’Old Trail Town è la fedelissima ricostruzione di una vecchia città del Wyoming. Gli edifici sono quelli originali, così come gran parte degli arredi, e risalgono al periodo che va dal 1879 al 1901.

Ma come nacque l’idea di allestire questo museo a cielo aperto?

Nel 1967 Bob Edgar, archeologo del Buffalo Bill Historical Center, si accorse che della “vecchia” Cody rimaneva ormai poco, quindi decise di radunare gli edifici rimasti intatti in un unico luogo, in modo da ricreare un villaggio.

Direi che ci è riuscito perfettamente. Guardate!

Old Trail Town

Già al primo sguardo, questo posto mi piace un sacco.

 

La visita

L’entrata è a pagamento. Il costo del biglietto è attualmente di 9 $.

L’edificio di fianco alla biglietteria è il Taggart Carpenter Shop, uno dei primi edifici costruiti a Cowley, una piccola città del Wyoming. Sì, perché gli edifici che vediamo non provengono solo da Cody, ma anche da città vicine. Alcuni di questi, vennero completamente smontati per poi essere ricostruiti proprio qui.

Subito dopo, ecco la Capanna di Curley.

Curley’s Cabin

Chi era Curley? Un indiano della tribù dei Crow che aiutò Custer ad affrontare la Battaglia di Little Bighorn… e poi fu il primo a comunicare a tutti la sua sconfitta. Ma della Battaglia di Little Bighorn parleremo meglio domani.

Proseguendo, incontriamo una scuola, un negozio, l’ufficio postale, diverse abitazioni.

The Coffin School e The Shell Store

In fondo sono le tombe di alcuni celebri personaggi del West, quali Jeremiah “Liver Eating” Johnston e Belle Drewry, solo per citarne alcuni.

Poco oltre, la tomba di William Garlow Cody, il figlio maggiore di Buffalo Bill, morto nel 1992.

Tomba di William Garlow Cody

Torniamo agli edifici.

Sul lato opposto un granaio, un fienile, due botteghe di maniscalchi, la casa del primo sindaco di Cody.

Poi il pezzo forte, il saloon.

The Rivers Saloon

Il Rivers Saloon si trovava ad ovest di Meeteetse (ci andremo dopo, ndr) e sulla porta sono ancora visibili i fori dei proiettili. Ben frequentato, insomma!

Che dire, abbiamo proprio finito e ora solo un consiglio: se passate da Cody fermatevi qui, la visita vi porterà via la massimo un’ora, ma la ricostruzione della tipica città di frontiera è davvero impeccabile.

E adesso che si fa?

Abbiamo detto che Cody è la città di Buffalo Bill, quindi non possiamo assolutamente perdere il Buffalo Bill Center of the West, un enorme complesso che ospita cinque musei.

 

Buffalo Bill Center of the West

Buffalo Bill Center of the West

Quali sono questi cinque musei? Che temi trattano?

Oltre all’immancabile Buffalo Bill Museum, dove si ripercorre la storia del mitico fondatore di Cody, ci sono il Plains Indian Museum, che spiega in modo eccelso la storia dei nativi americani, il Whitney Western Museum, che tratta opere d’arte, il Cody Firearms Museum, con una fornita esposizione di armi ed infine il Draper Natural History Museum.

Il tema predominante è sicuramente il West, non poteva essere che così, ma personalmente ho trovato molto interessante la parte che riguarda l’ecosistema dello Yellowstone.

L’entrata al museo è a pagamento. Attualmente (settembre 2018) il costo di un biglietto è di 19 $. Non fatevi spaventare dal prezzo, sono ben spesi!

La visita completa dei cinque musei occupa più o meno una mezza giornata, ma anche se può sembrare un’infinità, vi consiglio di visitare questo polo museale, perché è veramente unico nel suo genere, con spiegazioni chiare anche per chi si avvicina a questi argomenti per la prima volta.

Fidatevi di me, che non sono sicuramente un’amante dei musei.

  • E’ pomeriggio inoltrato. Ti va se andiamo a Meeteetse?
  • Dista appena 30 minuti da Cody, direi che si può fare.

 

Meeteetse

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Meeteetse è un piccolo paese che conta poco più di 300 abitanti, proprio il posto che fa per me. Allora perché venire fin qui?

Meeteetse

Ho letto di un negozio di cioccolato artigianale molto particolare, il Meeteetse Chocolatier, appunto. L’idea di aprire questo negozio è nata dalla mamma di un cowboy, che spronava il figlio a vendere cioccolatini per potersi comprare una nuova sella.

Meeteetse Chocolatier

Potremmo approfittarne per comprare qualcosa da regalare.

Ho detto bene, potremmo. Il negozio è chiuso, nonostante oggi non fosse il giorno di chiusura.

Il paese è semi deserto. A parte l’impiegata dell’ufficio postale, non saprei proprio a chi chiedere. Pazienza. Un po’ rassegnata, me ne ritorno in macchina, direzione Cody.

 

Cody

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Visto che a Meeteetse l’acquisto dei souvenir non è andato a buon fine, ci riprovo con Cody. In fin dei conti, abbiamo ancora un po’ di tempo prima di cena.

Qui è andata decisamente meglio, se non altro abbiamo comprato un’altra palla per l’albero di Natale.

Dall’altra parte della strada c’è l’Hotel Irma, costruito nel 1902 proprio da Buffalo Bill, che diede all’hotel il nome della più piccola delle sue figlie. Gli arredi sono ancora quelli originali.

Di fianco c’è l’Irma Grill. Stasera non si discute, si cena con Buffalo Bill!

Irma Grill, Buffalo Burger

E’ tutt’oggi che parliamo di lui. Lungo la strada del ritorno, non vogliamo farci una foto con Buffalo Bill? Magari mi scrittura anche!

Adesso basta, subito a nanna, domani la strada è tanta e dobbiamo partire presto.

Buonanotte!

 

8° giorno

CODY – LITTLE BIGHORN BATTERFIELD NATIONAL MONUMENT – SHERIDAN – BUFFALO – GILLETTE

 

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Oggi iniziamo la giornata alla grande. Ci mettiamo in macchina di buon’ora, caffè rigorosamente con noi: La nostra prima tappa è il Little Bighorn Batterfield National Monument, in Montana.

Il tempo non è dei migliori, appena partiti la pioggia battente fa capolino, salvo poi smettere dopo poco. Anche se è nuvoloso, l’importante per noi è che non piova e, almeno per il momento, il nostro desiderio sembra esaudito.

Eccoci arrivati, la stazione dei rangers è davanti a noi.

 

Little Bighorn Batterfield National Monument

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Little Bighorn, a circa tre ora di auto da Cody, si trova all’interno della riserva dei Crow, i quali gestiscono anche il Visitor Center.

L’ingresso è a pagamento, ma noi mostriamo il nostro National Parks Pass e non abbiamo ulteriori esborsi.

A Little Bighorn Battlefield National Monument si commemorano i 263 soldati del Settimo Cavalleria dell’Esercito Statunitense, capitanati dal Generale Custer, caduti nella battaglia del 25/26 giugno 1876 per mano dei Sioux, dei Cheyenne e degli Arapaho, guidati da Toro seduto e Cavallo Pazzo, che combattevano per mantenere intatte le loro tradizioni.

Fu una delle più grandi vittorie dei nativi, che però segnò anche l’inizio del loro declino.

In realtà, credo proprio che in questa battaglia non ci siano stati veri vincitori.

Dopo la prima breve sosta ricognitiva al Visitor Center, è ora di cominciare. Ma da dove?

Su un’altura non molto distante, raggiungibile con una breve passeggiata dal Visitor Center, c’è un monumento ai caduti e da qui si domina la vallata circostante. In lontananza si intravede anche il fiume, il Little Bighorn, appunto.

 

Last Stand Hill

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Siamo davanti al 7th Cavalry Memorial, eretto nel luogo che venne denominato Last Stand Hill, la “Collina dell’Ultimo Atto”, dove Custer e alcuni dei suoi uomini persero la vita combattendo incessantemente fino all’ultimo respiro.

7th Cavalry Memorial

Qui vennero ritrovati i corpi di Custer e di altri 41 uomini dell’esercito statunitense, mentre più a valle furono rinvenuti i corpi degli altri militari.

La lapide di Custer è facilmente riconoscibile, si distingue dalle altre a colpo d’occhio.

Last Stand Hill, lapide del Generale Custer

In realtà il Generale Custer non è sepolto qui, o non tutto, per lo meno. Qui si trovano solo alcuni resti, ma la sua tomba è a West Point, nello stato di New York.

Per raggiungere l’Indian Memorial percorriamo un sentiero sterrato ai lati del quale ci sono moltissime lapidi, tutte senza nome e tutte con la stessa dicitura: “Soldato della Settima Cavalleria”.

Ma perché questo? Perché i soldati, una volta uccisi, venivano completamente privati degli arti e fatti a pezzi dagli indiani, anzi… dalle donne indiane, perché questa mansione era di loro competenza. A questo punto, come è facilmente intuibile, i cadaveri, non erano più riconoscibili. Solo i corpi di Custer e del capitano Keogh furono risparmiati.

Oltre a queste, spiccano in particolare alte tre lapidi: due ricordano Ossa Flessibili e Mano Chiusa, mentre la terza omaggia i cavalli caduti nella battaglia.

Una curiosità: l’unico cavallo che si salvò fu Comanche, il cavallo del capitano Keogh.

 

Indian Memorial

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Solo nel 1997 è stato costruito un mausoleo che commemora le vittime indiane.

Indian Memorial

Questo è veramente un momento toccante. Pensare che tutti questi indiani sono stati sterminati solo perché volevano continuare a vivere liberamente, secondo le loro usanze e le loro tradizioni, nei luoghi che gli erano appartenuti da sempre.

Dopo questa riflessione, ci spostiamo nuovamente verso il parcheggio.

Proprio lì vicino c’è il Custer National Cemetery, dove riposano alcuni Veterani.

Ed ora l’ultima parte della visita.

Ci spostiamo in auto fino al Reno-Benteen Batterfield.

 

Reno-Benteen Batterfield

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Per prima cosa notiamo il memorial,

Reno-Benteen Memorial

poi imbocchiamo il Reno-Benteen Monument Entrenchment Trail, un sentiero percorribile in circa 45 minuti, ricco di pannelli illustrativi ben fatti, che si snoda lungo i punti in cui si consumò l’eccidio.

Durante la strada del ritorno verso il Visitor Center, ci fermiamo un attimo nei pressi del luogo in cui avvenne la battaglia tra Cavallo Pazzo e il Capitano Keogh.

La visita a Little Bighorn si è conclusa. E’ stata davvero interessante e ci ha fatto conoscere molti aspetti di questa battaglia che non conoscevamo. Istruttivo, toccante, veramente bello!

Ora di nuovo in auto, si torna in Wyoming, andiamo a Sheridan.

 

Sheridan

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Sheridan è una tipica cittadina del Wyoming, fondata da John D. Loucks alla fine del 1800. Loucks fu anche il primo sindaco a governarla, dal 1884 al 1886.

Ma a chi deve il suo nome questa città? Al generale Philip Henry Sheridan, che dal 1869 al 1879 combatté incessantemente contro i Pellirosse.

Sheridan è anche la città nella quale Martha Jane Canary diventò Calamity Jane. In che senso? Ve lo spiego subito. Nel 1872, durante una battaglia, Martha salvò il capitano Egan, che la ribattezzò “Calamity Jane, l’eroina delle pianure”. Sarà vero?

Una piacevole passeggiata lungo Main Street,

un caffè in un tipico locale e via, di nuovo in auto, navigatore puntato verso Buffalo, altra tipica cittadina del Far West, fondata nel 1879.

La stanchezza inizia a farsi sentire, oggi la giornata è stata piena e direi che è proprio ora di raggiungere la destinazione finale Gillette.

E infatti, circa 70 miglia dopo, siamo davanti al nostro albergo, l’Arbuckle Lodge Gillette.

 

Gillette

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Nata inizialmente per ospitare gli allevatori di bestiame della zona, divenne ben preso un importante centro minerario. Nel 1869 le venne attribuito il nome attuale. Chi erra Gillette? Edward Gillette era un ingegnere delle ferrovie.

Adesso basta con i racconti, è ora di cena. Ripetiamo l’esperienza da Wyoming Rib & Chop House? Si può fare!

9° giorno

GILLETTE – MOORCROFT – DEVILS TOWER – SUNDACE – DEADWOOD – SPEARFISH

 

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Stamattina possiamo fare con calma, pochi chilometri, almeno rispetto al solito, ma comunque sempre tante cose da vedere.

Abbondante colazione, tanto fino a cena non si tocca più cibo, doppia razione di caffè e siamo pronti per partire.

Da Gillette a Moorcroft percorriamo la I-90, fino ad imboccare l’uscita 154. Da qui proseguiamo sulla US-14 E, fino all’imbocco con la WY-24E.

Il grande massiccio è davanti a noi, in tutta la sua imponenza, solo in mezzo al niente.

 

Devils Tower

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Siamo nelle Bear Lodge Mountains.

Formato tra i 50 e i 60 milioni di anni fa, questo monolite di roccia vulcanica alto circa 400 metri e sacro ai Nativi Americani, è stato il primo Monumento Nazionale americano, proclamato tale nel 1906 da Theodore Roosevelt.

Guardate le scanalature nella roccia. Secondo una leggenda, sarebbero addirittura opera di un orso.

Devils Tower

Mettetevi comodi, vi racconto tutto.

 

La leggenda

Sulle rive del fiume era accampata una tribù indiana. Sette sorelle giocavano beate insieme a loro fratello, quando questo si trasformò improvvisamente in un orso, costringendole a scappare. Così le ragazze di si rifugiarono su una piccola montagna e si misero a pregare perché il Grande Spirito venerato dai Nativi Americani intervenisse. E così fu. Quando l’orso inizio a graffiare la roccia con i suoi artigli, questa crebbe a tal punto da diventare così come la vediamo oggi. Non a caso, su questo monte si tengono innumerevoli cerimonie religiose.

Più probabilmente… ok, sicuramente… le scanalature sono opera dell’erosione da parte di diversi fenomeni naturali che nel corso degli anni hanno conferito al monolite questo aspetto.

Vi sembra di essere già stati qui? Forse avete visto “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il film di Steven Spielberg girato qui nel 1977.

 

Tower Trail

Adesso basta parlare e percorriamo il Tower Trail, un sentiero pavimentato circolare lungo 2 km che costeggia la Devils Tower. Come succede quasi sempre da queste parti, lungo il percorso cartelli informativi aiutano a ricostruire la storia dell’area.

In alcuni tratti, il sentiero è leggermente in salita, ma non è assolutamente impegnativo da percorrere.

  • Cosa sono quei nastri attaccati agli alberi?
  • Vengono lasciati dai nativi durante le cerimonie sacre che si tengono qui prevalentemente durante il mese di giugno.

Una parte del percorso di snoda in un bosco e la visuale che si ha della Devils Tower cambia.

Devils Tower

Terminato il percorso, solita tappa al Visitor Center e poi… avrei bisogno del bagno.

Prima di entrare, però, mi devo ricordare di depositare le armi…

A me che sembra ingombrante già lo zaino…

Detto questo, possiamo tornare in auto e andare a Sundance.

 

Sundance

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Vi sembra di aver già sentito questo nome? Mmm… Sundance Kid, certo! Infatti proprio qui si trovava il penitenziario in cui era rinchiuso il socio di Butch Cassidy, Herry Alonzo Longabaugh, che proprio da questi luoghi prese il suo soprannome.

Ora qui da vedere non c’è molto, ma è curioso attraversare questi luoghi con le loro storie di cowboy, pistoleri, rapine e giochi d’azzardo.

A proposito di giochi d’azzardo, andiamo subito a Deadwood!

Poco dopo aver lasciato Sundance, passiamo il confine con il South Dakota.

Circa mezz’ora più tardi siamo a Deadwood.

 

Deadwood

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Oltre alla corsa all’oro, a rendere veramente famosa Deadwood fu la presenza di Wild Bill Hickok, uno dei più implacabili sceriffi del West, e Calamity Jane, che abitarono in questa cittadina per diversi anni.

Wild Bill Hickok fu ucciso con un colpo di pistola da Jack McCall mentre si trovava in un saloon, il “Number 10”, seduto ad un tavolo da gioco.

E se qualcuno di voi conosce il poker, avrà sicuramente sentito parlare della “dead man’s hand”, o meglio… “la mano del morto”. Si tratta proprio della combinazione di carte che Wild Bill Hickok aveva in mano al momento della sua morte, una doppia coppia di assi e di otto neri. All’interno del saloon è ancora esposto il tavolo al quale fu ucciso Wild Bill. Una targa all’esterno del locale ricorda questo avvenimento e pochi passi più aventi ecco un’altra insegna, che questa volta ci indica il luogo in cui fu catturato McCall.

A seguito di questo fatto, Jack McCall fu condannato a morte, impiccato e sepolto nel cimitero di Yankton.

Non so cosa ci fosse esattamente qui nel 1876, ma ora c’è una galleria d’arte.

Deadwood

Parlando di Wild Bill e Calamity Jane, continuo la passeggiata per il paese, un occhio al marciapiede e uno alle insegne dei locali.

Mi piacciono proprio tanto.

Per quanto piacevole, il centro di Deadwood non è molto grande e dopo un po’ abbiamo setacciato ogni centimetro quadrato.

Non penserete che sia finita qui, vero?

Andiamo al cimitero di Mount Moriah.

 

Mount Moriah Cemetery

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Nel cimitero di Mount Moriah, poco distante dal centro di Deadwood, riposano proprio loro, Wild Bill Hickok e Calamity Jane.

L’entrata è a pagamento, appena due dollari a persona, e viene fornita una guida dettagliata del cimitero.

Mappa alla mano, andiamo a scovare i nostri eroi.

Non è difficile trovarli. A parte il fatto che sono abbastanza vicini all’ingresso, basta seguire la folla di persone che ha avuto la nostra stessa idea.

Mount Moriah Cemetery

Sono sepolti in una fossa comune, l’uno vicino all’altra, proprio come desiderava Calamity Jane. Ora possiamo proprio andare, Spearfish ci aspetta.

Spearfish

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Nata come città mineraria nel 1876, è oggi una delle più importanti cittadine delle Black Hills. Si trova alla foce dello Spearfish Canyon, è un punto di partenza ideale per la visita delle Black Hills. E così faremo anche noi. Intanto, per questa notte abbiamo scelto il Fairfield Inn, poi domani partiremo alla scoperta delle bellezze del South Dakota.

10° giorno

SPEARFISH – LEAD – STURGIS – BEAR BUTTE – RAPID CITY – MOUNT RUSHMORE NATIONAL MEMORIAL

 

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Stamattina sono carica come una molla. Finalmente oggi riuscirò a vedere il Monte Rushmore e si avvererà un mio grande desiderio. E’ la giornata che aspettavo da una vita e forse la vera ragione di questa vacanza. Speriamo che le mie aspettative non vengano deluse.

Dopo la solita abbondante colazione, carichiamo le valige in auto e imbocchiamo la Spearfish Canyon Scenic Byway.

 

Spearfish Canyon Scenic Byway

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Questa spettacolare strada panoramica corre per 22 miglia lungo la Hwy 14 A e collega Spearfish a Lead.

Si imbocca all’uscita 10 o 14 dell’I-90.

Proprio per la sua bellezza, lo Spearfish Canyon è stato il set ideale per girare alcune delle scene di “Balla coi Lupi”.

Spearfish Canyon Scenic Byway

 

Le cascate

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Prima sosta alle Bridal Veil Falls.

C’è una piazzola di sosta proprio sull’altro lato della strada, non dobbiamo neanche fare fatica.

Bridal Veil Falls

Il loro flusso non è molto abbondante. Per vederle nel loro massimo splendore, saremmo dovuti venire in piena estate, ma noi ci accontentiamo.

Proseguiamo in auto facciamo una piccola deviazione in prossimità dello Spearfish Canyon Lodge. Una strada sterrata porta al parcheggio delle Roughlock Falls.

Da qui, una breve passeggiata di circa 15 minuti su un sentiero asfaltato alla portata di tutti e il gioco è fatto.

Ecco le cascate.

Roughlock Falls

Di nuovo in auto, continuiamo verso Lead, passiamo Deadwood e raggiungiamo Sturgis.

Lead e Sturgis

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Nel 1875 iniziò una vera e propria corsa all’oro sulle Black Hills e così sorsero le cittadine di Lead e Deadwood, che divennero i principali centri minerari.

Lead

Sturgis, invece, è famosa soprattutto per il raduno annuale di motociclisti provenienti da ogni parte del mondo che si tiene qui ogni agosto.

Sturgis

  • Adesso dove andiamo?
  • Facciamo una piccola deviazione verso il Bear Butte State Park?

 

Bear Butte State Park

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Come Devils Tower, anche questo luogo è particolarmente sacro ai Nativi Americani. Qui il Dio Ma’heo’o ha impartito al profeta Sweet Medicine la conoscenza dalla quale derivano le tradizioni religiose dei Cheyenne.

Bear Butte State Park

E’ arrivato il momento di dirigerci verso Rapid City. Qui ci fermeremo per due notti e alloggeremo al Comfort Suites Hotel & Convention Center Rapid City. Magari in questa città non si respira propriamente il clima delle cittadine di frontiera, ma è un’ottima soluzione se non volete spendere una cifra esagerata come fareste alloggiando per esempio a Keystone. Rapid City si trova un po’ decentrata rispetto alle Black Hills, ma da qui potrete comunque raggiungere facilmente tutte le attrazioni della zona. Scopriamo insieme questa città.

 

Rapid City

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Rapid City, uno tra i centri urbani più grandi della regione, deve il suo nome al Rapid Creek, il fiume che attraversa la città. Nata alla fine del 1800 a seguito della corsa all’oro, attraversata dalla ferrovia, divenne ben presto un importante centro commerciale.

Tutt’ora, grazie soprattutto alle sue industrie, è la seconda città per numero di abitanti del South Dakota, nonostante i residenti siano appena 70.000. Certo, se pensate a Rapid City come a una città industriale, non vi avvicinerete mai, soprattutto dopo aver visto posti deliziosi come Spearfish o Deadwood. Ma non lasciatevi ingannare. Il centro di Rapid City è particolarmente verde, il fiume è circondato da parchi e piste ciclabili… oddio, anche qui!

Questo assetto si deve, purtroppo, ad un tragico evento. Nel 1972 la città venne sorpresa da un alluvione, 238 persone persero la vita e in tantissimi rimasero senza casa. Vista l’alta probabilità che questo fenomeno possa succedere nuovamente, è stata vietata la costruzione di abitazioni nelle vicinanze del Rapid Creek. Il centro di Rapid City è identificato con Main Street Square, tra la 6th e Mail Street.

  • Ok, tante belle spiegazioni, ma vogliamo andare al Monte Rushmore?
  • Sììììì!!!!!

Da Rapid City impieghiamo circa 45 minuti. Passiamo Keystone e anche se la voglia di curiosare tra i negozietti di souvenir è tanta, è ancora di più quella di ritrovarci faccia a faccia con i presidenti. Appena superata Keystone, il Monte Rushmore ci appare in tutta la sua bellezza e singolarità. Proseguiamo fino al parcheggio. L’ingresso la Mount Rushmore National Memorial è gratuito, ma in compenso il parcheggio si paga profumatamente. 10 $ per sostare, ma il ticket ha validità un anno. Tutto sommato, comunque, cosa saranno 10 $ davanti a tutta questa bellezza? Entriamo e iniziamo la nostra visita.

 

Mount Rushmore National Memorial

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Ci troviamo davanti a questa curiosa quanto famosa scultura, realizzata da Gutzon Borglum, che rappresenta quattro tra i più significativi presidenti americani, almeno fino a quel momento. Eccoli lì! Da sinistra individuiamo George Washington, poi Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e infine Abraham Lincoln.

Dobbiamo assolutamente avvicinarci.

 

Viale delle Bandiere

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  • Dai, percorriamo The Avenue of Flags e giochiamo a riconoscere le bandiere.

Avenue of Flags

  • Facile, quella è della California!
  • Lì c’è la Florida!
  • Il Nevada!
  • Non ho visto quella dell’Alaska, torniamo indietro. Le bandiere sono disposte in ordine alfabetico.
  • Ma le bandiere sono 56… perché?
  • Eh… non ti sei documentato… oltre a quelle dei 50 stati americani, le altre rappresentano il Distretto della Columbia, il Territorio di Guam, nella Micronesia, il Commonwealth di Puerto Rico, le Isole Samoa americane, le Isole Vergini e il Commonwealth delle Isole Marianne Settentrionali.
  • Ma qual è stato l’ultimo in ordine di annessione?
  • Dai, questa la sanno anche i bambini, le Hawaii.
  • E il primo?
  • Questa è già più difficile, cerchiamo bene.
  • Trovato! Il Delaware!

Il nostro gioco termina quando raggiungiamo la Grand View Terrace.

 

Grand View Terrace

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Dalla balconata parte il via alle foto.

  • Hai visto quanto sono grandi i volti dei presidenti?
  • Decisamente! Ognuna è alta più di 20 metri. Vuoi sapere di più?

…E qui la grande citazione… Cappuccetto Rosso non può mancare in questo caso.

  • Che bocca grande che hai! Esatto! 5 metri di sorriso splendente!
  • Che occhi grandi che hai! 3 metri… così, giusto per dare un’occhiata…
  • Che naso grande che hai! 6 metri! Nasone? No, tutto perfettamente proporzionato.

Ormai ho fotografato i presidenti in tutto il loro splendore e da ogni angolazione, così ci decidiamo ad imboccare il sentiero che porta fin sotto la scultura, The President Trail.

Ora, posso decisamente dire di aver realizzato uno dei miei grandi sogni, quello di vedere il Monte Rushmore, e per giunta le mie aspettative non sono neanche state deluse. Ma anche l’obiettivo di Robinson, l’ideatore di questa scultura, è stato raggiunto, direi! Se voleva attirare in South Dakota una grande quantità di turisti, ci è proprio riuscito.

Se volete approfondire le notizie sul Monte Rushmore, cliccate qui.

Lasciamo i presidenti un po’ a malincuore, ma a mani piene però, perché abbiamo letteralmente svuotato il Gift Shop. Oltre all’immancabile palla di Natale e alle svariate calamite, questa volta siamo riusciti a portarci a casa addirittura un puzzle. Riusciremo mai a finirlo? Mmm… dubito!

Sulla strada del ritorno ci fermiamo a Keystone.

 

Keystone

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Keystone

Keystone è un delizioso paesino di frontiera delle Black Hills, un po’ troppo turistico, direi, ma comunque molto carino.

Passeggiare qui è piacevole, almeno per me che entro ed esco dai negozi come se non ci fosse un domani. Ma visto che un domani c’è, e soprattutto c’è un dopo, direi che è ora di ritornare a Rapid City, sistemarsi un attimo e uscire per cena.

Tanto da qui ripassiamo domani…

 

11° giorno

RAPID CITY – CRAZY HORSE MEMORIAL – CUSTER STATE PARK – RAPID CITY

The Real America Itinerario

Oggi ci immergiamo nelle Black Hills, la vasta zona che comprende il Monte Rushmore, il Crazy Horse Memorial, il Custer State Park, il Wind Cave National Park e il Jewel Cave National Monument.

Anche se nome può certamente ingannare, le Black Hills sono vere e proprie montagne, non colline.

Certo, ci vorrebbe indubbiamente più di una giornata a disposizione, ma io ho già tutto ben chiaro, l’itinerario è definito nei minimi particolari e, salvo imprevisti, dovremmo riuscire a fare tutto quello che ci siamo prefissati.

Si parte!

Ieri abbiamo concluso con Monte Rushmore e oggi iniziamo con il Crazy Horse Memorial, da una parte i quattro presidenti più significativi d’America, dall’altro Cavallo Pazzo, leggendario capo indiano della tribù degli Oglala Lakota.

 

Crazy Horse Memorial

“Let the white man know the red man has great heroes, too”

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Crazy Horse Memorial

Il Crazy Horse Memorial è aperto tutto l’anno e l’ingresso a pagamento: 24,00 $ per le autovetture con due persone, 30,00 $ se le persone sono tre o più di tre. Ovviamente, per avere orari e tariffe sempre aggiornate, vi consiglio di visitare il sito ufficiale.

Anche se il costo del biglietto può sembrare un po’ esagerato, sarebbe un peccato non visitare questa particolare attrazione, non tanto per la sua bellezza… in effetti il monumento non è ancora completato, quanto per il significato che questo ha per i nativi americani. Si potrebbe definire una sorta di riscatto nei confronti degli uomini bianchi.

Una volta parcheggiata l’auto siamo davanti ad una scelta: prendiamo il bus che ci porta fin sotto la scultura? Così potremmo vedere Cavallo Pazzo anche da un’altra angolazione.

Questo breve tour ha un ulteriore costo, 4,00 $ a persona, ma arrivati fin qui, non possiamo certo rinunciare.

I bus partono ogni 15 minuti, il tour dura circa mezz’ora e dà la possibilità di fotografare la scultura di fronte.

E’ deciso: saliamo!

Ed ecco Cavallo Pazzo in tutto il suo splendore.

Il Crazy HorseMemorial è ancora in costruzione, questo è evidente, ma una volta terminato sarà la più grande scultura al mondo, realizzata nella Thunderhead Mountain.

Il nostro autista/guida ci tiene a sottolineare che la realizzazione di questo memorial è possibile solo grazie alle sovvenzioni dei privati e alle offerte e che lo Stato Americano non contribuisce il alcun modo alla costruzione.

La costruzione

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I lavori iniziarono nel 1948 sotto la direzione di Korczak Ziolkowski, che si dedicò a questo lavoro per ben 36 anni. Pensate… alcuni membri della sua famiglia vi lavorano ancora!

Un piccolo passo indietro, però.

Perché Korczak Ziolkowski decise di scolpire il Crazy Horse Memorial?

Sicuramente si fece coinvolgere dal grande capo Sioux Standing Bear, ovvero Orso in Piedi, che incitava:

“Let the white man know the red man has great heroes, too” o meglio “Lascia che l’uomo bianco sappia che anche l’uomo rosso ha grandi eroi”.

Come ieri per il Mount Rushmor Memorial, anche guardando il Crazy Horse la cosa che ovviamente colpisce sono le dimensioni. Il volto di Cavallo Pazzo è alto oltre 26 metri, 87 piedi e mezzo per la precisione, mentre la testa del cavallo raggiunge quasi i 67 metri.

Incredibile!

 

Visitor Complex

Terminato il tour con il bus, siamo pronti per il Visitor Complex, che comprende un museo sui nativi americani, lo studio di Korkzak, un memorial del 9/11, un punto di ristoro e ovviamente l’immancabile Gift Shop. Questa volta non mi lascio tentare…

Ci ritroviamo davanti al plastico che riproduce l’intero complesso e a fianco un pannello che ci fa capire meglio come deve darà la scultura una volta terminata.

E c’è anche una copia della scultura. Com’è e come diventerà.

Mi piacerebbe proprio vederlo finito, ma dubito che ci riuscirò.

Così, lasciamo il Crazy Horse Memorial, passiamo da Custer e imbocchiamo la SD 87 in direzione nord.

Eccoci all’ingresso del Custer State Park.

 

Custer State Park

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L’entrata al parco è a pagamento, 20,00 $ ad auto, e il National Parks Pass non è ovviamente valido.

Il Custer State Park è uno tra i più ampi parchi statali americani, attraversato da bellissime strade panoramiche e famoso soprattutto per la fauna selvaggia. I bisonti scorazzano liberi per il parco, ma non sono gli unici a primeggiare tra la fauna locale. Devono contendersi il titolo con… udite, udite… gli asini! Sì, avete capito bene, qui al Custer State Park potrete trovare una grande comunità di asini, quindi armatevi di carote e partite!

La nostra prima tappa è il Sylvan Lake, uno dei cinque laghi del Custer State Park, probabilmente il più conosciuto e fotografato. Sarà forse anche grazie al panorama mozzafiato che lo circonda?

Sylvan Lake

Percorriamo il sentiero che lo costeggia. A tratti pianeggiante e asfaltato, in altri tratti è sterrato e in salita, ma niente che non si possa affrontare.

Con questo panorama, poi, tutto è perdonato!

Visto che abbiamo parlato di strade panoramiche, dopo la sosta al Sylvan Lake, imbocchiamo subito la Needles Highway.

 

Needles Highway

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Quando nel 1919 a Peter Norbeck venne l’idea di aprire questa strada panoramica, la sua realizzazione sembrava impossibile, ma due anni più tardi il suo progetto era già diventato realtà, e che realtà! Un vero spettacolo questo percorso che si snoda tra le formazioni rocciose tipiche delle Black Hills.

Needles Highway

Fotografo i pinnacoli in tutti i modi possibili e quasi senza accorgermene… sarà perché non sto guidando… raggiungiamo l’imbocco della Wildlife Loop Scenic Byway.

 

Wildlife Loop Scenic Byway

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Qui possiamo goderci la natura in tutto il suo splendore. Per fortuna ho portato con me occhiali e binocoli.

L’inizio non è affatto male.

Subito un daino e un bisonte.

Poi niente per un po’.

Sta quasi per prendermi lo sconforto, quando il panorama cambia drasticamente e una mandria di bisonti compare all’orizzonte.

E poco più avanti anche i tanto decantati asini.

  • Fermiamoci a fare qualche foto, dai! Vorrei un primo piano della mia faccia vicino al suo muso!
  • Guarda, c’è anche il cucciolo!
  • Piuttosto, riusciremo a spostarci con la macchina? Siamo accerchiati!

Tutti animali meravigliosi, è vero, ma i miei preferiti sono loro, i cani delle praterie.

Avete capito bene, questi sono i cani delle praterie. Se come me pensavate a quadrupedi simili ai nostri amichetti domestici, vi sbagliavate di grosso. I cani delle praterie sono roditori appartenenti alla famiglia delle marmotte.

Ma quanto sono dolci questi animaletti?

Continuiamo.

Ancora animali liberi che ci attraversano la strada o che sono tranquillamente accucciati non curanti dei fotografi impazziti.

Mi sa che sia arrivato il momento di tornare verso l’albergo.

Forse, però ho un’idea, una delle tante della giornata.

Proseguiamo fino al bivio con la East Entrance, usciamo dal parco e imbocchiamo sulla sinistra la Iron Mountain Road.

 

Iron Mountain Road

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Si narra che percorrendo questa meravigliosa strada panoramica si abbia una visuale di tutto rispetto sul Monte Rushmore. Perché non provare?

In effetti, dopo lo Scovel Johnson Tunnel…

Monte Rushmore

Che meraviglia!

Adesso non abbiamo più scuse, iniziamo ad essere un po’ stanchi e puntiamo il navigatore verso Rapid City.

  • Non pensare che la giornata sia finita! Stasera si torna al Monte Rushmore per vederlo illuminato!

E così è stato.

 

Mount Rushmore National Memorial

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Alle 19.30 siamo di nuovo nel parcheggio. Tempismo perfetto. Lo spettacolo inizia alle 20.00 e abbiamo tutto il tempo per scegliere i posti migliori e aspettare comodamente seduti.

Puntuale come un orologio, alle 20.00 il ranger inizia la sua spiegazione. Segue un filmato, per fortuna molto comprensibile, sulle tappe principali della vita dei presidenti ed infine attacca l’inno. Tutti i piedi, mano sul cuore. Le luci si accendono sui volti di Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln.

Monte Rushmore

I militari ammainano la bandiera e lo spettacolo finisce, con la raccomandazione del ranger che ci ricorda di guidare piano perché gli animali potrebbero attraversare improvvisamente la strada.

Torno in albergo decisamente soddisfatta, posso dire di aver visto anche questo.

Ormai la vacanza sta volgendo al termine, ma non lasciamoci prendere dalla malinconia, abbiamo ancora tante cose belle da vedere.

A domani!

 

12° giorno

RAPID CITY – BADLANDS NATIONAL PARK – WOUNDED KNEE – PINE RIDGE – HOT SPRINGS

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Ormai manca poco alla fine della vacanza, ma invece di svegliarmi con la tristezza, inizio a pensare al modo migliore per sfruttare al meglio il poco tempo rimasto.

Il piano è deciso: oggi iniziamo con il Badlands National Park e poi continuiamo verso Hot Springs passando da Wounded Knee e Pine Ridge.

In macchina, allora!

Percorriamo la I-90, imbocchiamo l’uscita 110 per Wall e dopo poco più di un’ora siamo di fronte alla Pinnacle Entrance, l’ingresso del parco per chi arriva da Rapid City.

 

Badlands National Park

“Mako Sica”

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L’ingresso è a pagamento, ma il nostro National Parks Pass si rivela utilissimo ancora una volta. Ottimo affare, direi!

Proclamato Parco Nazionale nel 1978, il Badlands National Park è un vero spettacolo della natura.

E se così è, vi chiederete allora da dove deriva il suo nome, che in effetti potrebbe anche respingere i visitatori, più che attirarli.

 

L’origine del nome

Sono stati i Lakota a chiamare “Mako Sica” (Bad Land) questo territorio e in effetti, almeno ad una prima occhiata, non si sbagliavano più di tanto. Miglia e miglia senza vedere il minimo segno di civiltà, territori desolati circondati solo da pinnacoli, guglie e praterie sterminate. Per noi che siamo venuti qui ad ammirare la natura, questo è un vero paradiso, ma per loro che erano confinati qui, il territorio non prometteva niente di buono. Ma dei Lakota parleremo meglio dopo, oggi concentriamoci sul parco.

 

Attraverso il parco

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Per iniziare… e per forza… imbocchiamo la Badlands Loop Road, l’unica strada asfaltata del parco, lunga 23 miglia, circa 37 km, che inizia in prossimità della Pinnacles Entrance.

Badlands Loop Road

Durante il percorso ci fermiamo in tutti i principali punti panoramici, ognuno diverso dall’altro.

Nelle Badlands, ogni strato del terreno racconta un po’ di storia. Pensate che milioni di anni fa qui c’era il mare. Come lo sappiamo? Nel primo strato del terreno sono addirittura presenti fossili di vongole e rettili marini. La natura qui ha avuto un impatto devastante e ha reso questi luoghi unici nel suo genere.

Dopo una breve sosta al Visitor Center, proseguiamo lungo il tratto che raggiunge la North Entrance e anche qui panorami davvero incredibili.

Ormai siamo all’uscita, ma noi non vogliamo andare verso nord.

Per raggiungere Wounded Knee, dobbiamo uscire a Interior, quindi retromarcia e via.

 

Riserva Indiana di Pine Ridge

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Una volta usciti dal parco, ci immergiamo nella Riserva Indiana di Pine Ridge, spazi sterminati dove i nativi sono stati costretti loro malgrado a stabilirsi. In particolare, in questa riserva abitano le tribù dei Oglala-Sioux.

Sicuramente abbiamo sentito più volte parlare dei Sioux, ma chi sono gli Oglala? Sono una delle sette tribù Lakota, quelli con a capo Nuvola Rossa.

Costretti a ritirarsi nella riserva al termine della guerra del 1876, oggi i Lakota sono un popolo fiero della loro storia e delle loro origini e tutto questo si può percepire attraversando questi luoghi.

Ma le ferite sono profonde e per la maggior parte, i membri di questa tribù vivono in uno stato di estrema povertà. Costretti ad una vita principalmente sedentaria, dovettero abbandonare la loro lingua, le loro tradizioni e, quel che è peggio, le loro abitazioni, cambiando totalmente il loro stile di vita.

Questi luoghi sono tristemente noti per il Massacro di Wounded Knee.

 

Wounded Knee

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Un cartello indica il luogo dove avvenne il massacro.

Il 29 dicembre 1890 i soldati del Settimo Cavalleggeri uccisero senza la minima pietà, e soprattutto senza motivo, 250 componenti della tribù di Big Foot, donne, bambini e uomini che caddero inermi e che qui vengono ricordati.

Dall’altro lato della strada, per nulla segnalato e non molto riconoscibile, c’è il piccolo cimitero nel quale riposano le vittime del massacro.

Wounded Knee

Entriamo.

C’è addirittura la tomba di Lost Bird, l’unico sopravvissuto, morto poi nel 1919.

Devo dire la verità, questo luogo sembra un po’ abbandonato a sé stesso e lascia una gran tristezza.

Sulla strada verso Hot Springs, attraversiamo prima Pine Ridge, poi Oglala.

Dopo più o meno un’ora e mezza, siamo davanti al nostro albergo. Ci fermeremo solo una notte, domani si torna a Denver.

Intanto facciamo due passi per Hot Springs.

 

Hot Springs

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Al contrario di quello che è successo per molti altri centri abitati del South Dakota, Hot Springs non è sorta come base per i cercatori d’oro, ma è nata quando si sono scoperte nella zona alcune sorgenti termali… e da qui il nome di Hot Springs.

Attraversata dal Fall River, che magari non si dovrebbe definire proprio fiume, è una cittadina molto carina e ospitale, ottima soprattutto per le terme o per visitare la parte sud delle Black Hills.

Ora non rimane che scegliere un locale per la cena, sono affamata!

 

13° giorno

HOT SPRINGS – FORT LARAMIE – DENVER

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Oggi è la nostra ultima giornata in South Dakota e la penultima della vacanza. Rimane un’ultima da fare, visitare Fort Laramie, che fortunatamente è proprio lungo la strada del ritorno. Soprattutto, però, ci sono ancora tanti chilometri prima di raggiungere Denver quindi, neanche a dirlo, colazione abbondante ma veloce e subito in auto.

Il South Dakota ci saluta così.

Attraversiamo il confine con il Wyoming e passiamo da Lusk, una cittadina che di per sé non attira certamente i turisti, nata nel periodo della corsa all’oro, ma che conserva ancora intatto il suo spirito western.

Dopo circa due ore e mezza in auto, siamo a Fort Laramie.

 

Fort Laramie

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Oltre ad essere una piccola città del Wyoming, Fort Laramie è conosciuta principalmente per il suo forte.

L’ingresso al sito è gratuito, l’area molto vasta e quindi mettete in preventivo di trascorrere qui almeno un paio d’ore.

Come la maggior parte dei forti, anche Fort Laramie è passato attraverso diverse tappe. Oltre ad aver modificato il suo nome – inizialmente si chiamava Fort William, poi prese il nome di Fort John, fino ad assumere il nome attuale – cambiò diverse destinazioni d’uso. Inizialmente luogo di commercio per cacciatori e nativi, poi zona di sosta e di ristoro per esploratori ed infine avamposto militare. Costruito nel 1834 in posizione decisamente favorevole, vicino al North Platte River, in questo luogo si respira l’autentica storia americana. Pensate che da qui sono passati alcuni dei più grandi personaggi dell’epoca, da Toro Seduto a Calamity Jane, a Kit Carson, solo per citarne alcuni.

Ci aggiriamo tra gli edifici, indubbiamente ben conservati. Alcuni di quelli che vediamo sono ancora quelli originali.

Ma più che per ogni altra cosa, questo luogo è famoso per il trattato che venne firmato qui.

 
Il trattato di Fort Laramie

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Sono tante le cose da dire, quindi andiamo con ordine e iniziamo dal 1851, quando venne firmato il primo dei trattati che vedeva come protagonisti da una parte gli Stati Uniti e dall’altra i rappresentanti delle tribù dei nativi. Il trattato prevedeva che gli Stati Uniti potessero costruire strade e insediamenti militari nei territori che appartenevano agli indiani, così da rendere più agevole il passaggio a chi intendeva attraversare le Grandi Pianure. In cambio, i nativi sarebbero stati risarciti con somme in denaro e veniva garantita loro protezione da eventuali attacchi dei bianchi.

Purtroppo questo trattato venne violato molto velocemente. I bianchi invasero molti dei territori indiani e di conseguenza ne scaturirono guerre anche piuttosto feroci.

Così, si rese necessaria la stipula di un altro trattato, il Trattato di Fort Laramie, ancora più importante e significativo del precedente. Venne firmato qui il 29 aprile 1868, esattamente 150 anni fa, e anche questa volta tra gli Stati Uniti e le tribù Sioux. Con il trattato, si stabiliva quali territori del Wyoming assegnare alle tribù, oltre a riconoscere la sacralità delle Black Hills per i nativi.

Se ci pensate, in effetti questa è una cosa un po’ strana, perché i nativi abitavano già in quelle zone e le consideravano già loro territori.

Anche questa volta, gli americani non rispettarono il trattato, invadendo i territori indiani e confinando i nativi in riserve, provocando così una serie di sanguinose guerre, non ultima la Battaglia di Little Bighorn, della quale abbiamo già parlato.

Non c’è che dire, qui si è fatta gran parte della storia americana.

 

Verso Denver

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Siamo nuovamente in auto.

Passiamo Cheyenne e dopo poco ci ritroviamo davanti al cartello che ci ricorda che siamo in Colorado.

E’ qui che realizzo definitivamente che la vacanza è finita. Poco più di un’ora e siamo immersi nel traffico di Denver.

Dopo due settimane di spazi sconfinati, circondati solo dalla natura più selvaggia, l’impatto è forte. Ma l’America è anche questo. Autostrade a sei corsie piene di traffico nell’ora di punta. Raggiungiamo l’albergo è tiriamo le somme.

 

Conclusioni

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Questa vacanza è stata davvero sorprendente. Che sarebbe stato un bel giro me lo aspettavo, che avrei visto posti unici anche. Non capita tutti i giorni di vedere geyser che eruttano, bisonti che ti attraversano la strada e o luoghi dove hanno vissuto e combattuto i mitici capi indiani. Nomi che fino ad oggi avevo sentito solo in tv e che qui hanno preso concretezza. Più di 2800 miglia percorse, abbiamo superato i 4500 chilometri e tutte le mie aspettative sono state soddisfatte, non c’è cosa che mi abbia deluso. Meraviglioso lo Yellowstone, maestoso il Monte Rushmore, affascinante e allo stesso tempo triste la storia dei nativi americani.  Non saprei dire cosa mi sia piaciuto di più e cosa di meno.   È arrivato il momento di sistemare la valigia. Domani si torna a malincuore a casa. Al prossimo viaggio!

 

 

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