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Arizona

Oltre il Grand Canyon

Arizona – Cosa vedere – Itinerario on the road

L’equazione Arizona = Grand Canyon è fin troppo scontata, ma oltre ai tre Parchi Nazionali che non hanno bisogno di presentazioni, l’Arizona conta ben 31 Parchi Statali e 18 Monumenti Nazionali, è attraversata dalla Route 66 e non mancano sicuramente deserti, canyon e cactus.

Riusciremo a vedere tutto?

Sicuramente no, ma l’obiettivo è quello di scoprire angoli nascosti e siti meno turistici, immergendoci soprattutto nella natura che, come quasi sempre succede negli Stati Uniti, è la regina incontrastata.

Quindi, cosa vedere lo abbiamo avuto ben chiaro da subito.

La cosa più difficile dell’organizzare questo viaggio è stata decidere il punto di partenza.

O meglio, era ovvio che la prima tappa dovesse essere Phoenix, ma dopo?

Che direzione prendere?

Anche perché in Arizona – lo abbiamo detto – di cose da vedere ce ne sono davvero tante, alcune già viste nel corso di altre vacanze, altre assolutamente da rivedere, altre ancora da visitare per la prima volta.

Su una cosa, invece, non c’erano dubbi: quando andare.

La stagione migliore per visitare l’Arizona è sicuramente la primavera e noi abbiamo scelto proprio il mese di aprile.

Temperatura mite, che in teoria non dovrebbe scendere sotto i 15° né salire sopra i 30, pioggia pressoché inesistente, non troppi turisti.

Almeno questo sulla carta.

Non ci resta che andare a scoprire se è vero.

 

Come è iniziata

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Sono le 17:30 dell’8 aprile 2024 quando atterriamo allo Sky Harbor International Airport di Phoenix.

Per la prima notte abbiamo scelto un albergo vicino all’aeroporto, anche perché tra controllo documenti, riconsegna bagagli e autonoleggio, il tempo passa veloce e la stanchezza si fa sentire.

Dobbiamo correre a riposarci, perché già da domani si parte alla grande, pronti per esplorare uno dei luoghi più famosi al mondo.

 

1° giorno

Phoenix – Lake Havasu City – Oatman – Kingman – Grand Canyon West

Arizona – Cosa vedere – Itinerario on the road

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Ormai è già qualche anno che non torniamo negli States per una bella e avventurosa vacanza on the road. L’ultima volta è stata nel 2018, quando abbiamo attraversato le strade del Wyoming e del South Dakota alla scoperta della Real America. Quindi, la voglia di mettersi in macchina e attraversare gli iconici paesaggi americani è tanta.

Partiamo come al solito molto presto, anche perché oggi ci aspettano parecchie ore di macchina, ma sicuramente altrettante soddisfazioni.

Destinazione finale: Peach Springs.

Preso così questo nome potrebbe non dirvi molto, ma state a vedere.

Intanto, usciamo dall’area trafficata di Phoenix e si inizia a delineare davanti a noi il tipico paesaggio dell’Arizona: vasti spazi, rocce rosse e cactus.

Passiamo Parker, costeggiamo prima Lake Moovalya poi il Buckskin Mountain State Park, facciamo una breve sosta al Bill Williams River National Refuge e infine arriviamo alla deviazione per Parker Dam, ma resistiamo alla tentazione di fare una puntatina in California e proseguiamo in direzione di Lake Havasu City.

Sono passate quasi quattro ore ed è il momento di fare una sosta.

Entriamo a Lake Havasu City e seguiamo le indicazioni per il London Bridge.

 

Lake Havasu City

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Lake Havasu City è una cittadina molto carina, ordinata, pulita, con tante deliziose villette e il caratteristico Downtown District, dove sfilano uno dopo l’altro negozi di artigianato, oggettistica e souvenir.

Di per sé, però, non ha molto da offrire.

E allora perché siamo venuti fin qui? Semplice, qui c’è il London Bridge.

No, non sono impazzita e non abbiamo neanche sbagliato a puntare il navigatore, è tutto vero.

La storia di questo ponte è del tutto particolare e parla di un imprenditore che per incrementare il turismo qui a Lake Havasu ebbe a dir poco un’idea geniale.

Sapete cosa si inventò?

Non ne avete idea? Cliccate qui e lo scoprirete.

Dopo una passeggiata sul ponte e una sbirciatina ai negozietti dell’English Village, ci rimettiamo in macchina.

Appena un’ora più tardi, ecco i primi cartelli che indicano che stiamo percorrendo la Mother Road.

Oltretutto, questo tratto di Route 66 è proprio quello originale e per arrivare a Kingman non c’è un’altra strada da percorrere se non questa.

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Poi lungo la strada iniziamo a scorgere qualche asinello, indicatore del fatto che ci stiamo avvicinando a Oatman.

 

Route 66 – Oatman e Kingman

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Oatman è la classica cittadina che ha dovuto rinunciare ben presto ai fasti del passato e sfruttare – se così si può dire – il fatto di essere stata attraversata dalla Mother Road.

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Come è successo per la maggior parte delle città attraversate dalla Route 66, con l’apertura dell’I-40, questi posti hanno perso di importanza, ma hanno acquistato interesse dal punto di vista turistico.

E ad Oatman le attrazioni turistiche non mancano di certo, a partire dai simpatici asinelli, fino ad arrivare all’Oatman Hotel, dove Clarck Gable e Carol Lombard trascorsero la prima notte di nozze.

Ma queste non sono le uniche attrazioni di Oatman e se siete curiosi di scoprirle tutte, cliccate qui (work in progress).

Noi intanto risaliamo in auto e continuiamo a percorrere la Route 66, perché dopo Oatman è la volta di Kingman.

Il tratto di strada che collega Oatman a Kingman è particolarmente suggestivo, anche se per buona parte è tutto curve e in salita.

Probabilmente per chi guida il percorso non è del tutto rilassante, ma il paesaggio è comunque bellissimo, soprattutto la vista dal Sitgreaves Pass.

Quando arriviamo a Kingman tiriamo un sospiro di sollievo e ci godiamo questa tranquilla cittadina.

Per prima cosa, iniziamo dal Locomotive Park, dove la grande locomotiva che ci accoglie, ci ricorda l’importanza che ha avuto negli anni la Santa Fe Railroad.

Poi c’è il Route 66 Museum, allestito all’interno del Centro Visitatori che, tra l’altro, è uno dei musei meglio riusciti a tema Mother Road.

Dopo il museo, una bella passeggiata alla ricerca di qualche souvenir e se non fosse per l’orario, meriterebbe sicuramente una sosta il Mr D’Z Diner, un tipico locale anni ‘50 che serve gustosissimi hamburger (almeno così si dice, perché non siamo riusciti a provare).

Ma ogni cittadina attraversata dalla Route 66 merita un capitolo a parte.

Per conoscere tutti i dettagli su Kingman, cliccate qui (work in progress).

 

Se pensate di aver già visto abbastanza, vi sbagliate di grosso, perché le sorprese non sono ancora finite.

Prima di arrivare a destinazione, abbiamo ancora qualcosa da vedere.

Invece di passare da Peach Springs, prendiamo la strada che va verso Chloride.

 

Cerbat – Mineral Park – Chloride

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Io non ve l’ho detto, ma le città fantasma a me piacciono da impazzire e in questa vacanza ho intenzione di vederne tantissime.

Prima di arrivare a Chloride, in effetti, l’intenzione era quella di fermarci a Cerbat e Mineral Park, due tipiche ghost town dell’Arizona.

Poi non lo abbiamo fatto, perché la strada per arrivare a Cerbat è completamente sterrata, ma intanto vi racconto qualcosa.

intorno alla fine del 1860, nell’area intorno a Cerbat si iniziò l’attività di estrazione mineraria. In quegli anni si rese necessario costruire una sorta di campo che potesse ospitare i minatori. Nacque così Cerbat, che arrivò ad essere ben presto una città a tutti gli effetti, con diversi edifici pubblici, una scuola e ovviamente una grande quantità di alloggi.

Cerbat fu nominata addirittura capoluogo della contea di Mohave, fino a quando, nel 1877, il titolo passò a Mineral Park.

Mineral Park è stata per anni una delle più grandi riserve di rame negli Stati Uniti. I lavori di estrazione nella zona iniziarono nel 1963 e continuarono fino al 2014, quando la società che al momento gestiva i lavori dichiarò il fallimento.

Ora la città non è altro che una ghost town e per visitare le poche rovine rimaste, bisogna addentrarsi nella zona di proprietà della miniera.

Qualche km più a nord, c’è Chloride, diventata un importante centro minerario grazie alla presenza delle vicine Cerbat Mountains.

Chloride è stata fondata nel 1864 e oggi ospita l’ufficio postale più vecchio dell’Arizona, tuttora attivo.

Questa ghost town oggi molto turistica, è diventata negli anni una sorta di ritrovo per gli hippies.

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Poco distante da Chloride, percorrendo una strada sterrata, si raggiungono alcuni dei più famosi murales dell’Arizona, realizzati da Roy Purcell negli anni 60, quando ancora la street art non era “di moda” come oggi.

Possiamo dire che la nostra vacanza è partita decisamente alla grande e non abbiamo ancora visto tutto.

Per arrivare al Cabins at Grand Canyon West di Peach Springs dove alloggeremo questa notte, percorriamo una strada bellissima, con ai lati una foresta di Joshua Tree che forse non lo sapete, ma sono i miei alberi preferiti.

Ed eccoci qui, siamo finalmente arrivati e siamo contentissimi.

Cos’ha di particolare questo hotel?

Guardate!

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Ma del Grand Canyon West Rim ce ne occuperemo domani, perché adesso siamo proprio stanchi, mangiamo qualcosa e andiamo a riposare.

 

2° giorno

Grand Canyon West – Peach Springs – Seligman – Ash Fork – Williams

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La giornata inizia alla grande, con la colazione all’alba vista Grand Canyon.

Ma questo è solo l’inizio di quello che ci aspetta, perché questa mattina la dedicheremo alla parte ovest del Grand Canyon, poi percorreremo la Route 66 da Peach Springs fino a Williams, dove passeremo la notte all’Howard Johnson by Wyndham Williams.

I km non sono tantissimi, ma è meglio iniziare subito. Non vogliamo perderci assolutamente niente.

Andiamo immediatamente al Grand Canyon West Rim!

 

Grand Canyon West Rim

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Il Grand Canyon non ha certo bisogno di presentazioni ed è sicuramente IL must per chi visita l’Arizona. Forse non è la meta più bella, ma è certamente la più ambita.

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Noi ci siamo già stati, ma come nei più classici degli itinerari che comprendono i Grandi Parchi, ci siamo concentrati sul South Rim.

Questa volta, però, vogliamo cambiare e visitare il West Rim.

Siamo super curiosi di conoscere anche questa parte del canyon.

La prima cosa da fare è assolutamente vedere il canyon dall’alto.

Niente elicottero questa volta, perché qui c’è la famosissima piattaforma trasparente protesa sul canyon, lo Skywalk.

Tra passeggiate e tante fotografie, la mattinata passa veloce ed è ora di rimetterci in auto.

Se volete conoscere tutto sul Grand Canyon West Rim, cliccate qui.

 

Da Peach Springs a Williams

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Dopo il Grand Canyon West Rim, siamo pronti per scoprire un’altra parte della Route 66, quella che collega Peach Springs a Seligman e Williams, passando per Ash Fork.

E’ un tratto molto suggestivo e divertente, a cui vale la pena di dedicare tempo.

Iniziamo da Peach Springs, che però è stata una leggera delusione, poi ci spostiamo a Seligman, dove sembra di essere i protagonisti di un cartone animato. Non a caso, Seligman è la città di Cars.

Dopo Seligman, una breve sosta ad Ash Fork, davvero piccolina, ma che rende perfettamente l’idea di come sono cambiate le cose dopo l’apertura dell’I-40.

Infine arriviamo a Williams, dove il pezzo forte è probabilmente la ferrovia che collega la città al Grand Canyon.

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Sono le 17:00 e abbiamo tutto il tempo di goderci la città e di guastarci qualcosa di buono per cena, per esempio potremmo andare a La Casita, un ristorante messicano vicinissimo al nostro albergo.

Anche oggi la giornata è stata piena ed è trascorsa velocissima. Questa vacanza in Arizona si sta rivelando ancora meglio del previsto.

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Continuate a seguirci perché anche domani ne vedremo delle belle.

 

3° giorno

Williams – Flagstaff – Sunset Crater National Monument  – Wuptaki National Monument – Horseshoe Bend – Page

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Per oggi era prevista la visita alla città dei Fligstone, Bedrock, che si trova a circa mezz’ora d’auto da Williams, sulla strada che porta al Grand Canyon.

Ma leggendo qualche recensione recente – e considerando anche che per arrivare avremmo dovuto fare una piccola deviazione – decidiamo di andare subito a Flagstaff.

In più o meno mezz’ora ci dovremmo essere.

 

Flagstaff

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Flagstaff è sicuramente tra le cittadine più famose di questo tratto di Route 66. Ci sono diverse cose da vedere e noi non vogliamo di certo perdercele, a partire dalla stazione ferroviaria che è diventata un vero e proprio must per chi visita questa città.

E poi la grande scritta della Route 66, che si trova proprio dietro il Visitor Center, oltre ai tanti murales e agli edifici storici.

Per conoscere tutte le attrazioni di Flagstaff, che sono proprio tante, cliccate qui.

 

Finita la nostra passeggiata, risaliamo in auto alla volta di Page, ma lungo il percorso ci sono almeno tre soste da fare.

Intanto, davanti a noi si stagliano le sagome dei San Francisco Peaks.

Impossibile non rimanere incantati.

 

San Francisco Peaks

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I San Francisco Peaks prendono il nome dai missionari spagnoli devoti a San Francesco d’Assisi. Prima ancora, erano considerati dai navajo una montagna sacra.

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Ho detto “una montagna” perché anche se possono sembrare due differenti montagne, in realtà si tratta dei resti di una singola montagna.

La cima più alta tocca i 3854 metri e non solo è la cima più alta di questa catena montuosa, ma di tutta l’Arizona.

I San Francisco Peaks, che fanno parte del San Francisco Volcanic Field – 400 vulcani che si sono formati negli ultimi 2 milioni di anni – si vedono ben distintamente già dal centro di Flagstaff.

 

Abbiamo detto che ci saremmo fermati, quindi manteniamo la promessa e andiamo subito al Sunset Crater National Monument.

Finalmente ci siamo, pronti per scoprire un altro pezzettino di Arizona.

 

Sunset Crater National Monument

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L’ingresso è a pagamento e il biglietto comprende anche il Wupatki National Monument.

Il costo del biglietto per una singola autovettura è di 25,00 $.

Già all’entrata del parco, avevamo capito che questo pezzettino di Arizona ci sarebbe piaciuto tantissimo.

La strada attraversa la Coconino National Forest e lungo il percorso, quando la vista spazia oltre gli alberi, si è circondati da vulcani.

E proprio qui c’è il più giovane dei vulcani del San Francisco Volcanic Field, il Sunset Crater, che dà il nome al parco.

A seguito di una forte esplosione di cenere, nel 1065 nacque questo vulcano e come è facile intuire, da quel momento l’economia locale cambiò definitivamente.

Il terreno, che fino ad allora era particolarmente arido, diventò fertile e adatto alla coltivazione, così molte popolazioni locali si stabilirono qui per coltivare al terra. Questo esodo durò per circa 150 anni, quando il terreno tornò nuovamente ad essere sterile.

Alcuni sentieri permettono di avvicinarsi alla base del cratere, ma non è concesso raggiungere il bordo, perché le ceneri rendono il terreno estremamente instabile e quindi il pericolo per gli escursionisti è molto alto.

Tra i sentieri più battuti c’è il Lenox Crater Trail, ma al momento è chiuso, quindi non rimane che concentrarci sul Lava Flow Trail.

Per arrivare al parcheggio, percorriamo la Loop Road, una strada panoramica che congiunge il sito con il Wupatki National Monument e attraversa sterminati campi di lava, per poi immettersi nuovamente sulla US-89.

Ed eccoci all’inizio del sentiero.

 

Lava Flow Trail

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Percorrere il Lava Flow trail è sicuramente il modo più semplice per avvicinarsi al Sunset Crater.

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E’ un sentiero facile che attraversa il Bonita Lava Flow e porta alla base del cratere. E’ lungo circa 1,6 km e si percorre in più o meno un’ora, tra andata e ritorno.

Lungo tutto il percorso, pannelli illustrativi spiegano la storia del territorio, raccontando anche della flora e della fauna che lo abita.

Anche questa è fatta, abbiamo visto il Sunset Crater e a chi ci contesta che ormai di vulcani ne abbiamo visti fin troppi, rispondo che non è solo il vulcano di per sé ad attirarci, ma anche tutto il paesaggio che lo circonda.

E il paesaggio qui non ha rivali.

Ce ne accorgiamo soprattutto quando risaliamo in auto e andiamo verso il Wupatki National Monument.

Lo scenario cambia a mano a mano che si lascia il Sunset Crater e ci si avvicina al Wupatki.

Tra uno stop e l’altro, ammirando il panorama che già fa presagire il meglio, con le pareti del canyon di un bellissimo colore rosa sullo sfondo, percorriamo i 18 km che separano il Sunset Crater dal Wupatki National Monument.

 

Wupatki National Monument

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Alcuni anni dopo l’esplosione del Sunset Crater, intorno al 1100, quest’area fu presa d’assalto dalle popolazioni che precedentemente erano scappate dalla zona, ritornate qui per insediarsi e costruire le loro abitazioni nella roccia.

Così, ancora oggi, troviamo antiche rovine di villaggi tribali e tracce dei diversi insediamenti. Solo all’interno di questo parco ce ne sono cinque.

Il primo che si incontra è il Wukoki, un’imponente costruzione che ricorda un castello. Non a caso, il suo nome tradotto significa proprio questo.

Vicino al Visitor Center, invece, inizia il sentiero per Wupatki, il nucleo principale, formato da una serie di grotte nelle quali sono state ricavate le diverse abitazioni.

Ma di questo complesso fanno parte anche un anfiteatro e una sorta di campo da gioco.

Ritornando sulla Loop Road le sorprese non sono finite, perché sulla cima di un butte c’è il Citadel.

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Ultima tappa al Lomaki, un edificio con nove stanze, costruito su due piani e con vista canyon.

Anche il Wupatki National Monument è stata una piacevole scoperta, un bel modo per capire meglio come vivevano i nativi americani. Oltretutto, il Wupatki è un sito curatissimo e preservato molto bene.

Curiosi di conoscere meglio il Sunset Crater e il Wupatki National Monument? Cliccate qui (work in progress).

 

Fino ad ora abbiamo visto solo cose nuove, ma è arrivato il momento di fare un tuffo nel passato.

Da adesso per un paio di giorni vedremo anche siti già visti, ma proveremo ad avere un diverso punto di vista.

Iniziamo dall’Horseshoe Bend, a pochi chilometri da Page, che è la nostra destinazione finale di oggi.

Quando siamo venuti qui la prima volta lo abbiamo visto praticamente all’alba, adesso il sole sta quasi tramontando. Andiamo a vedere se ci piacerà come la prima volta.

Per sapere tutto sull’Horseshoe Bend, cliccate qui.

Cinque minuti dopo siamo a Page, pronti per lasciare al volo le valige e mettere qualcosa sotto i denti. Un’idea di dove andare l’abbiamo già. Che ne dite di Big John’s Texas Bbq?

 

4° giorno

Page – Antelope Canyon – Waterhole Canyon – Navajo National Monument – Monument Valley

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Quando abbiamo fatto il giro dei Grandi Parchi, una delle cose che ci è piaciuta di più è stata l’Antelope Canyon.

Assolutamente da rivedere.

Infatti, ore 8:30, puntualissimi, siamo davanti agli uffici dell’Antelope Slot Canyon Tours, pronti per iniziare il tour guidato.

 

Antelope Canyon

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L’Antelope Canyon non è visitabile autonomamente e anche questa volta ci siamo rivolti a Chief Tsosie e alle sue guide preparatissime.

Facciamo la conoscenza di Lee e saliamo in uno dei loro mezzi, che ci porterà all’ingresso del canyon.

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Questo slot canyon, formato dall’azione erosiva del vento e dell’acqua in milioni di anni, è qualcosa di veramente unico, uno spettacolo che andrebbe visto almeno una volta nella vita.

Un canyon favoloso che, come tutti gli slot canyon, può diventare pericolosissimo, soprattutto quando piove.

Ed è stato proprio a causa di un grave incidente occorso nel 1997, che ora l’Antelope si può visitare solo con una guida.

Detto questo, rimane indubbiamente una delle cose più belle che abbia mai visto, quindi perché non andare a vedere un altro slot canyon?

Siamo pronti per questa nuova avventura.

 

Waterhole Canyon

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Il Waterhole Canyon è un canyon ancora poco conosciuto, quindi non eccessivamente affollato, che ci si può godere in quasi totale solitudine.

Anche per visitare il Waterhole Canyon è necessario affidarsi ad una guida e noi ci siamo affidati a  Waterhole Canyon Experience, per ora l’unica agenzia autorizzata.

Prima di cominciare è indispensabile una premessa.

La US-89 divide il canyon in due parti, il West o Lower Slot e l’East o Upper Slot.

Mentre il Lower Slot è la parte più impegnativa e riservata esclusivamente ad escursionisti esperti, l’Upper Slot è più o meno alla portata di tutti.

L’Upper Slot, si divide a sua volta in tre sezioni: West Fork, Middle Fork e East Fork.

Tra queste, il più scenografico è sicuramente il Middle Fork, con il conosciutissimo Secret Canyon, un vero incanto.

Ma torniamo a noi.

Il tour classico dura circa un’ora e mezza e copre una distanza di 2 miglia, circa 3,2 km.

In alcuni punti il sentiero è molto stretto, tanto che basta allargare leggermente le braccia per toccare entrambe le pareti.

E’ un canyon magnifico, dai colori stupendi e questo  perché le pareti del canyon sono formate da sandstone, un tipo di roccia arenaria composta da una sabbia particolarmente ricca di ferro, che conferisce questo caratteristico colore rosso.

In una giornata così limpida e con il cielo così azzurro, poi…

Pensavo che l’Antelope fosse la cosa più bella mai vista e adesso inizia a sorgermi qualche dubbio.

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Proprio per questo mi è venuta l’idea di comparare questi due slot canyon.

Per scoprire differenze e affinità dei due canyon, cliccate qui.

 

E’ tempo di salutare Page.

Le ciminiere che rovinavano il panorama nel 2013 non ci sono più, è diventata una cittadina diversa, pur mantenendo quel non so che di caratteristico.

Nessun rimpianto, però, perché sappiamo già che quello che andremo a vedere non ha eguali.

Percorriamo l’AZ-98 e visto che il tempo a disposizione ce lo consente, prima di arrivare al piccolo villaggio di Kayenta, all’altezza di Shonto, è d’obbligo una piccola deviazione verso il Navajo National Monument.

 

Navajo National Monument

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Chi visita il Navajo National Monument lo fa più che altro per vedere uno dei villaggi rupestri abitati dai nativi americani più imponenti di tutta l’Arizona.

Nel XIII secolo, gli Anasazi si insediarono proprio qui, coltivando mais e costruendo le loro abitazioni tra queste rocce.

Più precisamente, gli insediamenti all’interno del Navajo National Monument sono tre, il Betatakin, il Keet Seel e un terzo che è chiuso al pubblico.

Il Betatakin, però, è più imponente degli altri: un incavo alto 138 metri e largo 118, con ben 135 stanze, che rimase in uso dal 1260 al 1300.

Andiamo subito a vedere.

Dal Visitor Center, infatti, partono tre sentieri, entrambi facili e non eccessivamente lunghi.

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Noi non abbiamo dubbi e cominciamo subito dal Sendal Trail.

Il Sendal Trail è un sentiero asfaltato di 1,5 km tra andata e ritorno, che porta ad un punto panoramico perfetto per vedere Betatakin e la Ledge House.

L’Aspen Trail, invece, porta ad un bellissimo punto panoramico sul canyon. E’ leggermente più corto del Sendal Trail – solo 1,3 km a/r – ma è sterrato.

Entrambi i sentieri partono dallo stesso punto, per poi diramarsi pochi metri dopo l’inizio.

Il terzo sentiero, che parte sempre dal Visitor Center, è il Canyon View Trail, lungo 700 metri che, come fa intuire il nome, segue il percorso di parte del canyon e offre una bella visuale sulla vallata circostante.

Attenzione però, perché il parco è visitabile in autonomia, ma se volete vedere da vicino le abitazioni, dovete affidarvi ad una guida locale.

Ultima cosa da aggiungere: l’ingresso al Navajo National Monument è gratuito e il sito è aperto in inverno dalle 09:00 alle 17:00 e in estate dalle 08:00 alle 17:30, ma ricordatevi sempre che quando vi trovate all’interno della Navajo Nation, pur essendo fisicamente in Arizona, dovete seguire il Mountain Standard Time.

Quando avevo pensato all’itinerario, questa visita non era in programma, ma devo ammettere che invece si è rivelata interessante e, oltre ad aver capito meglio come e soprattutto dove vivevano i nativi, mi è piaciuto tantissimo il panorama.

Insomma, se avete un po’ di tempo, vi consiglio di fermarvi qui almeno il tempo necessario per percorrere uno dei tre sentieri.

 

Risaliamo in auto, ma prima di arrivare al Goulding’s Lodge dove alloggeremo questa notte, dobbiamo fare un po’ di rifornimento e quale posto migliore per fermarsi se non Kayenta?

 

Kayenta

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Kayenta è una vecchia conoscenza, una cittadina abitata da nativi americani (non dimentichiamoci che siamo all’interno della Navajo Nation) e anche se in realtà non ha molto da offrire, a noi piace tantissimo.

Un supermercato e un distributore di benzina sono l’ideale per una sosta, ma giusto per darvi l’idea dell’importanza e della grandezza di questa cittadina – anche se per noi è una grandezza molto relativa – qui c’è anche la scuola.

 

Usciti da Kayenta, ci immergiamo a pieno nel tipico paesaggio della Monument Valley.

Vi ho già detto che abbiamo visto per la prima volta la Monument nel 2013. Quindi perché tornare? Perché questa volta vogliamo vederla in un modo nuovo.

L’unica soluzione è affidarci ad un tour organizzato che ci farà toccare punti normalmente interdetti ai turisti. Ma per questo dovremmo aspettare fino all’alba di domani.

Intanto vi do qualche info sulla Monument.

 

Monument Valley

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Qui alla Monument sentirete parlare spesso di buttes e mesas.

Ma cosa sono?

Si tratta di formazioni rocciose che si distinguono l’una dall’altra per la loro forma.

I buttes sono più alti che larghi e viceversa, i mesas sono più larghi che alti.

Per una visita in autonomia si può percorrere in auto la Monument Valley Drive, che parte dal centro visitatori e si snoda per la valle, fiancheggiando le più suggestive formazioni rocciose.

E’ lunga circa 27 km e non è asfaltata, ma si può percorrere anche con una normale berlina come abbiamo fatto noi.

Per conoscere ancora più cose sulla Monument Valley, cliccate qui.

 

Dopo altre millemila soste e mentre i colori del tramonto si delineano, siamo arrivati al Goulding’s Lodge.

Che la vista è meravigliosa non importa specificarlo.

Il ristorante qui vicino, il Goulding’s Stagecoach Dining Room, è l’ideale per mangiare un boccone, anche se noi avremmo già una gran voglia di entrare alla Monument.

Resisteremo fino a domani?

Per ora ci godiamo lo spettacolo da qui. Peccato per il meteo che poteva darci più soddisfazioni, almeno stasera.

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5° giorno

Monument Valley –  Four Points – Canyon de Chelly National Monument – Window Rock

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Sveglia all’alba – ma all’alba davvero! – perché questa mattina si parte alla grande con il tour guidato della Monument.

Un tour di tre ore con una guida locale per scoprire da vicino i segreti di questo angolo di paradiso.

L’incontro è alle 5.45 davanti al The View Hotel. Lì ci aspetterà una guida della Monument Valley Tribal Tours.

La prima cosa da fare, è capire bene che ore sono.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: bisogna sempre considerare che l’Arizona non ha l’ora legale e applica l’ora solare per tutto l’anno. Nella Navajo Nation, invece, l’ora legale c’è, eccome.

Quindi, se in Arizona sono le 5, nella Navajo Nation sono le 6.

E questa cosa è fondamentale soprattutto se si prenota un tour come nel nostro caso.

Finalmente ci siamo! Eccola lì, Marjory, pronta per farci conoscere più da vicino la Monument.

 

Monument Valley

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Già dall’inizio si capisce che questo sarà un tour sopra le righe.

La prima cosa che vediamo sono i famosissimi Mittens che a quest’ora della mattina sono circondati da colori meravigliosi.

Ma Marjory ci fa subito presente che questo non è ancora niente, che l’alba la dobbiamo ancora vedere veramente.

E infatti è così, perché dopo la sosta in alcuni dei tanti punti panoramici per scattare un po’ di foto, ci fermiamo in una vasta distesa di sabbia.

Ignari di quello che ci aspetta, ma già su di giri per lo spettacolo di colori che ci circonda, scattiamo una marea di foto, fino a quando…

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Eccolo lì il sole che sorge.

Non avevo mai visto uno spettacolo così prima d’ora.

Già mi è capitato pochissime volte di vedere l’alba, ma nella Monument Valley, poi, è qualcosa di veramente meraviglioso e indescrivibile.

Non vorrei mai andare via da qui, ma ormai il sole è sorto, di foto ne abbiamo fatte a volontà e soprattutto abbiamo ancora tante cose da vedere.

Il nostro tour continua toccando tutti i punti panoramici della Loop Drive, ma anche posti che se non ci fossimo affidati ad un tour non avremmo mai visto.

E ancora, affidarsi ad una guida locale, ovviamente, consente di conoscere molte cose anche rispetto agli usi e ai costumi dei Navajo, al loro modo di vivere e di come è cambiato negli anni.

Durante il tour tocchiamo ovviamente anche il punto più scenografico in assoluto, il John Ford’s Point, che a quest’ora è tutto per noi.

E non possiamo che finire così, dito contro dito.

Che dire, questo tour ha battuto tutte le nostre aspettative e ve lo consiglio assolutamente se venite alla Monument Valley.

In generale,  io preferisco vedere le cose in autonomia, con i miei tempi e in base alle  mie preferenze, ma questo tour con Marjory lo rifarei mille volte!

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Terminata la visita alla Monument, ci concediamo un momento di relax e soprattutto una sostanziosa colazione allo Stagecoach.

Soddisfatti, risaliamo in auto alla volta del Canyon de Chelly, uno dei 18 National Monument dell’Arizona.

Però, al momento di imboccare la US-191, ci viene una voglia incontrollabile di fare una piccola deviazione, anzi, sarebbe più opportuno dire “di proseguire dritto” e sconfinare un attimo in New Mexico.

Andiamo al Four Corners Monument?

 

Four Corners Monument

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Il Four Corners Monument è il classico punto “in mezzo al niente”, che non si raggiunge per caso.

Fondamentalmente, di per sé non sarebbe così bello da vedere, ma è particolare perché rappresenta il punto nel quale si incontrano quattro stati.

Quali sono questi quattro stati?

L’Arizona, lo Utah, il Colorado e il New Mexico.

Nella pavimentazione sono proprio indicati i confini e basta un saltello per trovarsi improvvisamente dallo Utah al Colorado.

Tutto intorno, ci sono le bancarelle dei nativi che vendono prodotti artigianali e tanti souvenir.

Ma sul Four Corners Monument e sulla sua storia c’è sicuramente molto più da raccontare.

Curiosi? Cliccate qui.

 

Verso il Canyon de Chelly

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Di nuovo in auto, percorriamo a ritroso il tratto della US-191 che ci porta fino alla deviazione per il Canyon de Chelly.

Ora siamo sulla US-191.

Il paesaggio ricorda ancora tanto la Monument Valley.

E infatti, ad un certo punto, alla nostra destra iniziano a delinearsi due monoliti, uno più grande, uno più piccolo.

Indicano che siamo a Round Rock e soprattutto segnano l’inizio della Route 12, più conosciuta come Indian Route.

Purtroppo percorreremo solo un breve tratto di questa strada molto suggestiva, ma non adesso, perché noi svoltiamo a destra e rimaniamo sulla US-191, che ci porterà al Canyon de Chelly.

 

Canyon de Chelly National Monument

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Il Canyon de Chelly è stato istituito nel 1931 dall’allora presidente Herbert Hoover con lo scopo di preservare gli insediamenti dei nativi americani.

Il parco si trova all’interno della Navajo Nation e all’interno dell’area del parco abitano attualmente all’incirca una quarantina di famiglie.

Sfatiamo subito un mito, perché il nome sicuramente inganna: all’interno di questo Monumento Nazionale, i canyon sono due: il Canyon de Chelly, lungo 40 km, e il Canyon del Muerto, lungo 56 km.

Quest’area, che copre una superficie di circa 340 kmq, vanta un primato: è stata tra le prime zone del Nord America ad essere stata abitata.

Migliaia di anni di storia – quasi 5.000 – che hanno visto avvicendarsi popolazioni di nativi.

Ed è stata proprio l’altezza delle pareti del canyon – che raggiungono addirittura i 300 metri – a rendere possibile la costruzione e la conservazione di villaggi rupestri.

Proprio perché si trova all’interno della Navajo Nation, questa vasta area non è tutta visitabile autonomamente, ma c’è una percorso – quello più turistico in assoluto – che vi consiglio di inserire nel vostro itinerario.

Per avere idea di cosa ci aspetta, iniziamo subito dal Visitor Center.

Da qui partono due strade asfaltate panoramiche.

Per percorrerle entrambe, tenete conto che servirà quasi una giornata intera quindi, se come noi non avete abbastanza tempo a disposizione, scegliete bene il percorso da fare.

Noi abbiamo deciso di percorrere la South Rim Drive, che parte dal Visitor Center e arriva allo Spider Rock Overlook.

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E’ lunga 59 km considerando anche il ritorno e tocca 7 punti panoramici mozzafiato.

Tra i punti panoramici più significativi, c’è il White House Overlook, da dove parte White House Ruins Trail, un sentiero di circa 4 km che attraversa gli insediamenti rupestri degli Anasazi.

Prima abbiamo detto che le strade che costeggiano il canyon sono due e in effetti l’altra alternativa sarebbe percorrere la North Rim Drive, che parte sempre dal Visitor Center, ma costeggia il Canyon del Muerto e tocca quattro punti panoramici, in direzione nord.

 

Qualche considerazione sul canyon

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Dopo aver visitato il Canyon de Chelly, facciamo qualche considerazione.

La prima cosa che verrebbe da obiettare è: ma perché se avete già visitato il Navajo National Monument, siete venuti anche al Canyon de Chelly?

Perché il panorama è totalmente diverso.

Mentre il Navajo National Monument è circondato da una bellissima vallata, qui gli insediamenti sono a picco nel canyon.

Le sue gole scolpite da vento e acqua nel corso di milioni di anni tolgono il fiato e il Canyon de Chelly non ha niente da invidiare ai canyon più blasonati.

L’ingresso al Canyon de Chelly è gratuito.

 

Usciti dal Canyon de Chelly, proseguiamo lungo la US-191.

Arrivati a Ganado, svoltiamo a destra e dopo pochissimo ci ritroviamo all’ingesso dell’Hubbel Trading Post National Historic Site.

Sì, ci ritroviamo davanti all’ingresso, ma all’ingresso chiuso, perché – ahimé! – non avevo considerato che siamo nella Navajo Nation, dov’è in vigore l’ora legale. Quindi non sono le 16, ma le 17 e il sito a quest’ora è chiuso.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto visitare la più antica stazione commerciale operativa della Navajo Nation, fondata nel 1870 e gestita dal National Parks Service.

Sarà per un’altra volta.

Intanto andiamo verso Window Rock, dove abbiamo prenotata una stanza per questa notte al Quality Inn Navajo Nation Capital.

 

Window Rock

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Window Rock è un piccolo agglomerato lungo la Indian Route, quasi al confine con il New Mexico. Nonostante le sue dimensioni piuttosto ridotte, è la capitale della Navajo Nation dal 1938.

Ora Window Rock è nota soprattutto per l’omonima struttura sacra, che ovviamente non mancheremo di andare a vedere. Ma domani, perché ora abbiamo altre cosa da fare, come visitare il Navajo Tribal Museum, interessante per conoscere meglio la storia dei nativi.

Dopo una breve passeggiata, scegliamo un locale dove cenare, ma la scelta non è molto vasta, quindi optiamo per un classico fast food.

Adesso la stanchezza ha davvero preso il sopravvento.

Meglio tornare al Quality Inn e riposare un po’.

 

6° giorno

Window Rock – Petrified National Forest – Houck – Holbrook – Winslow

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La prima cosa da vedere stamattina è il Window Rock Tribal Park.

 

Window Rock Tribal Park

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Questo arco in pietra, una sorta di finestra circolare con un diametro di 14 metri che si apre nella roccia sopra ad una collina alta circa 60 metri, dà il nome alla capitale della Navajo Nation.

Nel giardino vicino al parcheggio c’è innanzitutto una grande statua che raffigura un militare, più precisamente uno dei tanti marines navajo che durante la Seconda Guerra Mondiale si distinsero per aver usato la loro lingua in modo da non essere capiti dagli avversari giapponesi, abilissimi nell’intromettersi nelle comunicazioni radio e decifrare i codici utilizzati.

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Sotto la statua sono incisi i nomi dei primi 29 militari navajo che diedero il via a questa impresa.

Ma oggi la vera attrazione della giornata è la Petrified National Forest, uno dei tre Parchi Nazionali dell’Arizona.

Per arrivare percorriamo parte della Route 12, conosciuta anche come Indian Route, una strada molto suggestiva che per un tratto costeggia Hunter Point, che oltre ad essere un piccolo villaggio, dà il nome ad un’intera area.

Poche miglia dopo la partenza, attraversiamo Oak Springs, che si trova all’interno dei confini della Contea Apache. E’ un agglomerato di case talmente piccolo, che se non ci fossero stati i cartelli ad indicarci l’inizio e la fine del paese, non ce ne saremo neanche accorti.

Ma il bello dell’America è anche questo.

Ancora una decina di minuti e intercettiamo la I-40, che segue il tracciato della Route 66.

Prima sosta a Houck.

Di questo piccolo paese sulla Route 66 è rimasto davvero poco. Persino le insegne fatiscenti di moderni fast food indicano il suo abbandono.

Ma una cosa da vedere c’è: quello che rimane del forte che ha ispirato uno dei telefilm cult degli anni 60, I Forti di Forte Coraggio.

Solo i più anzianotti se lo ricorderanno e io sono tra questi.

Qualche altra attrazione lungo il percorso, una foto qua e là, un altro caffè ed eccoci finalmente all’ingresso della Petrified National Forest.

Sono proprio curiosa di vedere com’è.

 

Petrified National Forest

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Adesso lo posso dire: la Petrified National Forest è stata la vera rivelazione di questa vacanza.

Qualcosa di veramente unico che non avevo mai visto prima.

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Non parlo delle formazioni rocciose che in effetti abbiamo già visto in South Dakota, le famose Bedlands, ma proprio dei tronchi pietrificati.

Più che tronchi sembrano veri e propri minerali e hanno dei colori a dir poco sfavillanti e vi dico solo che le foto non rendono.

Tocchiamo tutti – e dico proprio tutti – i punti panoramici del parco, a partire dal Painted Desert fino al Blue Mesa e alla Crystal Forest, che sono sicuramente i più sbalorditivi.

Quindi se non avete a disposizione un’intera giornata, vi suggerisco di dedicare un po’ di tempo almeno a questi due sentieri.

Questo parco mi ha talmente entusiasmato che sono partita subito a raccontarvi le mie impressioni, ma se volete conoscere tutto sulla Petrified National Forest, cliccate qui.

 

Dopo tutta questa meraviglia, è davvero difficile trovare qualcos’altro che ci stupisca e allora cambiamo genere, imbocchiamo di nuovo la Route 66 e andiamo a Holbrook.

 

Route 66 – Da Holbrook a Winslow

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Holbrook non è probabilmente tra le cittadine più nominate della Route 66, però ci sono davvero tante cose da vedere, a partire dai grandi dinosauri molto molto molto kitsch che si trovano al centro di Holbrook, fino al Wigwam Motel, dove si alloggia dentro a tende indiane.

Ma non voglio svelarvi altro. Se volete conoscere meglio la cittadina di Holbrook, cliccate qui.

Sulla strada per Winslow, iniziamo a notare dei cartelli piuttosto curiosi.

Non sembra la sagoma di un coniglio quella?

Esatto! E a mano a mano che andiamo a vanti, la sagoma prende sempre più forma, fino a quando finalmente arriviamo a Joseph City o meglio, al Jack Rabbit Trading Post.

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Se siete curiosi di conoscere meglio i dettagli di questa storia, cliccate qui.

Dopo Joseph City e l’immancabile foto di rito che avete visto solo se avete cliccato sul link, è la volta di Winslow, che ricorderete sicuramente se almeno una volta avete ascoltato Take it Easy degli Eagles (o vi rimarrà in mente per almeno tutta la vacanza se come me l’avete ascoltata perché avete letto qualcosa a riguardo).

Bene, canzoni a parte, Winslow è proprio un paesino delizioso e noi abbiamo deciso di trascorrere qui la notte, al Best Western Plus Winslow Inn.

In attesa di mangiare qualcosa, ci concediamo una passeggiata per il centro,

Innanzitutto, andiamo subito all’angolo tra Kinsley Ave e Second Ave, proprio per vedere la famosa statua dell’autostoppista della canzone, poi continuiamo visitando la più piccola chiesa della Route 66, l’Old Trails Museum e il Remembrance Garden.

Unico neo: stasera i locali sono tutti chiusi, quindi dobbiamo accontentarci (si fa per dire) di un fast food e qualche meravigliosa schifezza.

Per tutti i dettagli su Winslow cliccate qui.

Anche oggi la giornata è volata, siamo già oltre la metà della vacanza, ma non ci voglio pensare, perché mancano ancora tantissime cose da vedere. Quindi, niente malinconia e pensiamo a domani.

 

7° giorno

Winslow – Meteor Crater – Walnut Canyon National Monument – Sedona

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L’obiettivo di oggi è arrivare a Sedona in tempo per goderci almeno qualche ora in questa graziosa cittadina molto stile new-age. Per farlo, percorreremo una delle strade più suggestive dell’Arizona.

Ma la prima cosa da vedere oggi è il Meteor Crater.

Per arrivare al sito, prendete l’uscita 233 dell’I-40 e da lì seguite le indicazioni che vi porteranno dritte al Visitor Center.

 

Meteor Crater

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Come dice il nome, il Meteor Crater è un grande cratere formato da un enorme meteorite che 50.000 anni fa ha colpito la terra, devastando ovviamente tutto quello che si trovava nel raggio di miglia dal punto dell’impatto.

La storia di questo cratere e della sua scoperta sono particolarmente interessanti, tanto che decidiamo per la visita guidata. In questo caso, è compresa una breve passeggiata lungo il bordo del cratere.

Diversamente, si può vedere il cratere solo dalle piattaforme panoramiche, che però consentono ugualmente una bella vista d’insieme dall’alto.

Se volete approfondire con noi le informazioni sul Meteor Crater, cliccate qui.

 

Dopo il Meteor Crater, ci dirigiamo verso un altro National Monument, il Walnut Canyon.

 

Walnut Canyon National Monument

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Tra il 1125 e il 1250 in questo canyon formato dalle acque del Walnut Creek, si era stabilita la comunità Sinagua.

Qui è possibile vedere le loro abitazioni rupestri, ma solo alcune delle 300 abitazioni sono visitabili.

Come fare? Imboccate l’Island Loop Trail.

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L’Island Loop Trail è un sentiero di 1,6 km che parte dall’interno del Centro Visitatori e permette di vedere da vicino le abitazioni. Scendete i 273 scalini, ricordandovi che poi dovrete anche risalire.

Vale la pena di fare un po’ di fatica, però, perché di tutte le abitazioni dei nativi che abbiamo visto in questa vacanza, queste sono quelle che mi hanno colpito di più, forse proprio per il paesaggio intorno.

In alternativa, dalla vetrata panoramica del Visitor Center si gode di una bellissima vista d’insieme, che però non permette di scorgere nel dettaglio le abitazioni.

Il Rim Trail, invece, è un sentiero asfaltato e molto più facile, lungo poco più di un chilometro, che segue il bordo del canyon e tocca alcuni punti panoramici, portando anche questo ad alcune abitazioni di nativi.

E’ un sentiero adatto a tutti, ma non particolarmente suggestivo quindi, se riuscite, vi consiglio assolutamente l’Island Trail.

 

Una volta risaliti in auto, andiamo verso Flagstaff, ma resistiamo alla tentazione di fermarci e imbocchiamo l’ AZ-89A in direzione sud.

Questa strada panoramica è particolarmente suggestiva.

Tra campeggi, aree picnic e punti panoramici, seguiamo l’andamento dell’Old Creek Canyon fino a Sedona, non senza fermarci almeno per una foto al Midgley Bridge.

Quando arriviamo a Sedona è primo pomeriggio, il momento ideale per fare un giretto tra i tanti negozietti del centro.

Intanto vi racconto qualcosa di Sedona.

 

Sedona

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Una visita a Sedona non può mancare durante un on-the-road in Arizona.

Fondata nel 1902 da Theodore Schnebly che diede alla cittadina il nome della moglie, Sedona sprigiona un’energia del tutto particolare.

La sua posizione è a dir poco ideale: a metà strada da Phoenix e Flagstaff, è una sosta perfetta per chi viaggia in direzione del Grand Canyon.

Ma c’è di più. Sedona non è solo in una posizione comoda, è anche splendida dal punto di vista naturalistico, immersa tra boschi e canyon di roccia rossa.

Non a caso, l’AZ-89A, la strada che da Flagstaff passa per Sedona, è una delle più suggestive scenic drive dell’Arizona, bellissima perché fiancheggia un canyon scavato dall’Oak Creek.

Oggi ne abbiamo percorso un tratto, domani andremo verso Jerome e ne vedremo un’altra parte.

E come se tutto questo non bastasse, Sedona è anche la cittadina ideale per gli amanti della new age. Si respira un’atmosfera mistica e misteriosa allo stesso tempo. Qui viene praticata ogni tipo di medicina alternativa e si dice addirittura che Sedona sia il punto di partenza di tutte le energie positive che irradiano la terra.

Tutto iniziò nel 1981, quando la scrittrice Page Bryant dichiarò di aver ricevuto in modo medianico l’informazione che Sedona era il centro energetico dell’intero pianeta, che da Sedona si sprigionavano vortici di energia positiva.

Vi spiego un po’ meglio: secondo gli studiosi della new age, questi vortici avrebbero la forma di una spirale – io me li immagino come una sorta di tornado invisibili – e chiunque si trovi al centro o anche solo nelle vicinanze, beneficia degli influssi positivi.

I vortici si sprigionano soprattutto in quattro punti facilmente raggiungibili da Sedona:

  • Bell Rock
  • Cathedral Rock
  • Airport Mesa, il più vicino a Sedona
  • Boynton Canyon

In effetti, mentre passeggiamo per il centro di Sedona, notiamo che locali e negozi di ispirazione new age non mancano di certo.

Iniziamo dal Tlaquepaque Arts & Craft Village of Sedona, uno spazio che racchiude negozi e mostre d’art dove si respira un’aria tipicamente messicana, per poi spostarci verso il Center for the New Age, che già dal nome non ha bisogno di presentazione.

Devo essere sincera: nonostante io non sia proprio una cultrice di questa filosofia, trovo Sedona davvero particolare e vi consiglio di fermarvi qui almeno una notte, anche se per vedere al meglio tutta la zona, servirebbero come minimo tre giorni.

L’albergo che abbiamo prenotato per questa notte, l’Element Sedona, si trova vicino al villaggio di Oak Creek e per arrivare si continua percorrendo la AZ-179, la Red Rock Scenic Byway, una delle più belle strade mai viste.

Lungo il percorso, si incontrano prima Chapel of the Holy Cross, poi Cathedral Rock e infine Bell Rock.

 

Chapel of the Holy Cross

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Chapel of the Holy Cross è sicuramente tra i cosiddetti landmark di Sedona, una delle tappe imperdibili per chi visita la città e i suoi dintorni.

La costruzione della cappella è stata commissionata da Marguerite Brunswig Staude, che aveva in mente di costruire qualcosa che ricordasse l’Empire State Building.

In realtà, avrebbe voluto costruirlo a Budapest, ma gli eventi storici di quel periodo lo impedirono. E sempre in realtà, non assomiglia per niente all’Empire…

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I lavori terminarono nel 1956 e anche se questa è una cappella cattolica, quando è stata costruita era stata pensata come luogo di culto per tutte le religioni.

La nostra prossima tappa è Bell Rock, ma lungo la strada, sulla nostra destra, ecco comparire Cathedral Rock.

 

Cathedral Rock

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Tra le attrazioni principali nei dintorni di Sedona, c’è sicuramente Cathedral Rock, una formazione rocciosa che, come dice il nome, ricorda una cattedrale.

La salita è piuttosto lunga e non troppo facile, quindi non è consigliata a tutti.

Anche noi ci godiamo il panorama “dal basso”, prediligendo altre mete un po’ più alla nostra portata.

Già dal parcheggio, ma anche semplicemente percorrendo la Red Rock Scenic Byway, si vedono nettamente le torri di roccia che danno vita  questo spettacolo.

 

Ed eccoci qui, nel parcheggio di Bell Rock.

 

Bell Rock

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Bell Rock, un enorme monolite rosso, è uno dei quattro vortici di Sedona.

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Non immaginatevelo alto che si staglia nel cielo di Sedona, perché Bell Rock è un classico butte, una di quelle formazioni più larghe che alte, che abbiamo visto qualche giorno fa alla Monument Valley.

Ci sono diversi sentieri che consentono di vedere più da vicino Bell Rock, ma noi oggi davvero non ce la facciamo e ci accontentiamo di vederlo da qui.

Comunque l’ho detto, Sedona e i suoi dintorni meritano ben più di mezza giornata.

La prossimo volta ce lo dobbiamo ricordare.

Che dire, anche questa giornata è arrivata quasi al termine e i giorni che mancano al nostro rientro sono sempre meno, ma noi siamo proprio soddisfatti.

Questa vacanza si sta rivelando addirittura meglio del previsto.

Che ne dite, concludiamo con una cena messicana?

 

8° giorno

Oak Creek – Cottonwood – Jerome Ghost Town – Prescott – Scottsdale

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Quando ho pensato all’itinerario di oggi, avevo previsto di visitare il Montezuma Castle, un’abitazione di cinque piani costruita tra le rocce dai Sinagua all’inizio del 1100.

I piani, però, sono cambiati, perché in effetti in questi giorni abbiamo visto già moltissimi villaggi di nativi, quindi per oggi preferiamo dedicarci ad altro.

Andiamo subito verso Cottonwood.

 

Cottonwood

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Per tutti noi allergici, subito una bella notizia: Cottonwood prende il nome dai pioppi neri che costeggiano il Verde River.

L’intera regione è stata abitata per molti anni dai nativi americani, in particolare dai Sinagua, dagli Yavapai e dagli Apache.

Con gli anni le cose cambiarono, arrivarono i coloni, si iniziò a lavorare nelle miniere e l’economia, da prima basata prevalentemente sulla coltivazione, si indirizzò sulle industrie minerarie e nacquero anche le prime fonderie.

Ma tutto questo avveniva principalmente nelle vicine città di Jerome, che dopo visiteremo, Clarkdale e Clemenceau.

Old Town Cottonwood era pressoché un’isola felice, dove andava chi voleva sfuggire alla vita delle città minerarie.

All’inizio del 1900 si iniziarono a tracciare le strade di quella che sarebbe diventata Old Town Cottonwood, ma già a partire dal 1936 iniziò il declino. Le fonderie chiusero, l’estrazione del rame diminuì a vista d’occhio e nel giro di qualche anno queste città, dapprima piene di vita, si svuotarono diventando vere e proprie città fantasma.

Nel 1960 nacque la Cottonwood che vediamo oggi, rinata principalmente grazie al turismo.

Dopo Cottonwood, ci spostiamo a Jerome.

 

Jerome

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Mentre si arriva a Jerome, non si può fare a meno di notare una grande lettera J incisa nella collina.

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Jerome, come abbiamo detto, è un’ex città mineraria che prende il suo nome da Eugene Jerome, finanziatore della miniera United Verde, da dove si estraeva principalmente il rame.

Negli anni 70, Jerome era diventata una vera e propria città fantasma, ma oggi si è decisamente ripresa e riesce ad attirare numerosi turisti e i negozi di souvenir ne sono la prova.

Se passate di qua, non perdetevi il Mine Museum, con una vastissima raccolta di oggetti e la ricostruzione di molti ambienti che riportano ai fasti della Jerome di una volta.

Anche il video introduttivo è fatto molto bene ed è chiarissimo anche per chi come me non ha una grande dimestichezza con la lingua.

 

Dopo la visita al museo e quattro passi per la città, andiamo a Prescott.

Il primo tratto della strada che collega Jerome a Prescott è tutta curve e tutta in salita. Forse non è l’ideale se soffrite il mal d’auto, ma il panorama merita assolutamente.

 

Prescott

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Prescott è una graziosa cittadina abbarbicata sulle montagne dell’Arizona, nella contea di Yavapai, e ha una storia piuttosto antica.

Si può dire che sia stata nominata capitale ancora prima che l’Arizona fosse realmente uno stato.

Vi spiego meglio.

Prescott è stata fondata nel 1864 ed è stata nominata capitale territoriale ancor prima che l’Arizona fosse uno stato vero e proprio.

Ad oggi conta ben 800 case vittoriane, il che fa di Prescott una meta imprescindibile per chi visita l’Arizona, anche se – vi svelo un segreto – molte delle case che vediamo oggi sono state ricostruite dopo un devastante incendio che colpì la città negli anni 60.

Sarà stata l’influenza dei coloni che l’hanno abitata per anni, ma qui si respira proprio l’aria del selvaggio West.

Inevitabilmente, iniziamo la nostra passeggiata dal centro storico.

Su Courthouse Square si affacciano gli edifici più importanti della città, a partire dal tribunale e dall’ufficio postale.

Il Rough Rider Memorial Monument, invece, è una statua equestre in bronzo che rappresenta William Owen “Buckey” O’Neill, ex sindaco della città che morì a Cuba durante una battaglia.

Affacciato su Montezuma Street, proprio di fronte a Courthouse Square, c’è il Palace Saloon, il bar più antico dell’Arizona, aperto nel 1877 e ricostruito nel 1901 dopo il terribile incendio che distrusse gran parte della città.

Avessimo tempo, potremmo visitare anche il Sharlot Hall Museum, dove è ripercorsa la storia della città, oppure dare un’occhiata al Prescott Brewing Co, un vecchio centro commerciale dove si possono trovare un’infinità di prodotti artigianali e di souvenir.

Ma noi i souvenir vogliamo andare a prenderli a Scottsdale, dove abbiamo prenotato per questa notte una stanza al La Quinta, che alla fine è sempre una garanzia.

 

Scottsdale

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Scottsdale è sorta nel 1880 e nonostante si possa considerare una continuazione di Phoenix, è in realtà una cittadina a sé stante, forse addirittura più interessante della stessa capitale, con un’identità propria.

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La parte più interessante di Scottsdale è sicuramente il suo centro storico, che ovviamente andiamo subito a vedere.

Old Town Scottsdale, che si sviluppa proprio dove è nato il primo nucleo della città, è piena di negozietti di souvenir e di locali dove passare in tutta tranquillità qualche ora.

Se avete voglia di respirare l’atmosfera del vecchio West, Old Town Scottsdale è il posto giusto.

Caratteristica, anche se un po’ troppo turistica e sicuramente non proprio autentica, ma alla fine è quello che cerchiamo.

Iniziamo visitando Old Adobe Mission, la chiesa costruita nel 1933 dai messicani che si stabilirono a Scottsdale e che prende il nome proprio dalla pietra con la quale è stata costruita, l’adobe, composta da terriccio e materiali organici.

Poi ci spostiamo verso l’Art District, ideale per gli amanti dell’arte.

Sempre nel cuore di Old Scottsdale, appena fuori dallo Scottsdale Center of Performing Arts e a ridosso di East Main Street, c’è anche il Civic Center, il luogo ideale sia per riunioni e incontri (ma questo non è il nostro caso), sia per godersi un po’ di tranquillità passeggiando per il parco che, devo ammetterlo, è stata la vera scoperta di questa città.

Un posto davvero tranquillo che sembra un’isola felice a pochi passi dalla caotica Phoenix.

Tra negozi di souvenir, gallerie d’arte e locali dove fermarsi a bere qualcosa, il tempo è volato.

Facciamo un salto al Scottsdale Fashion Square, un grande centro commerciale, e proprio lì ne approfittiamo per mangiare un super hamburger da Johnny Rockets. Cosa c’è di meglio?

 

9° giorno

Scottsdale – Saguaro National Park – Tucson

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Oggi ci spostiamo a Tuscson, dove passeremo le prossime due notti, ma lungo la strada una tappa è d’obbligo. Dobbiamo assolutamente visitare il Saguaro National Park.

 

Saguaro National Park

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Nel bel mezzo del deserto del Sonora, non poteva mancare un parco nazionale interamente popolato da cactus.

Lo ammetto, quando ho sentito per la prima volta il nome di questo parco, non sapevo che il saguaro fosse una specie di cactus.

Anzi, la famosissima specie che abbiamo visto centinaia di volte in foto e post.

E’ una specie piuttosto rara e questo parco è stato pensato proprio con l’intenzione di preservarla.

Il Saguaro National Park è composto da due vaste aree, il Rincon Mountain District e il Tucson Mountain District, divisi praticamente dalla città di Tucson.

Noi abbiamo deciso di vistare il Tucson Mountain District.

Tucson Mountain District

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In questa zona del parco c’è il Centro Visitatori di Red Hills.

Da qui parte il primo dei sentieri, facilissimo, che dà già una prima visione di quello che ci aspetta.

Cactus enormi, ma anche più piccoli e paffuti, alcuni fioriti, altri no, tutti bellissimi.

Il sentiero è asfaltato e si percorre in un quarto d’ora al massimo.

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Ricordatevi comunque sempre una cosa: in Arizona c’è un’altissima concentrazione di serpenti a sonagli. Li potete trovare ovunque, anche sui sentieri asfaltati, quindi occhio!

Poco distante dal Visitor Center, parte la Bajada Loop Drive, una strada sterrata di circa 10 km, aggiunta nel 1961, che dà la possibilità di aggirarsi tra i saguaro ed eventualmente percorrere anche alcuni sentieri.

Il Saguaro National Park mi è piaciuto tantissimo, ma è ora di rimettersi in auto, perché anche a Tucson ci sono alcune cose da vedere.

Per conoscere meglio il Saguaro National Park, cliccate qui (work in progress).

 

Tucson

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Nel bel mezzo del deserto del Sonora, circondata da montagne e attraversata dal Santa Cruz River, c’è Tucson, una delle città più importanti dell’Arizona.

I primi ad insediarsi in questa zona furono gli Hohokam, nel I secolo d.C.

Nel 1775 arrivarono gli spagnoli, che costruirono il Presidio, poi i messicani. Nel 1854, in occasione del Gadsden Purchase, venne venduta agli Stati Uniti e tra un cambiamento e l’altro, Tucson oggi ci appare così, viva, cosmopolita, con un centro storico che ha mantenuto la sua identità e con la più importante università dell’Arizona.

Le cose da vedere in questa città sono davvero tante, a partire dai numerosissimi musei, ma noi ci vogliamo concentrare soprattutto sul centro, che si estende tra Congress Street, Broadway Boulevard e Stone Avenue.

Uno dei quartieri indubbiamente più turistici è El Presidio, con il Tucson Presidio Historic District.

La nostra passeggiata inizia dal Palazzo di Giustizia della Contea di Pima, assolutamente da vedere, costruito nel 1928 e riconoscibile per la sua cupola colorata.

E’ un edificio molto bello e particolare, che probabilmente non ci si aspetta di trovare negli Stati Uniti, ma in questa zona, come abbiamo già visto nel corso della vacanza, le influenze spagnole e messicane hanno plasmato non poco l’architettura.

La tappa successiva è il Veinte de Agosto Park. Il nome ricorda il giorno in cui, nel 1775, venne fondato il Presidio.

Poi continuiamo verso la Cattedrale di St. Augustine, costruita nel 1896 in perfetto stile messicano.

Le cose da vedere sono ancora tante, da Old Town Artisans, una casa di adobe tipica di questa zona alla Sam Hughes House, dimora di un uomo d’affari che si trasferì qui a Tucson per motivi di salute. Nel corso degli anni, la casa venne ampliata in modo da poter ospitare tutti i suoi 15 figli.

Ma noi ci concentriamo su un altra tipica casa colonica, El Tiradito, conosciuta anche come Tomba dei Desideri.

Vi racconto perché.

Correva l’anno 1880 e in questa casa abitava Juan Oliveras. Il giovane che venne ucciso dal suocero, perché quest’ultimo scoprì che la moglie lo aveva tradito proprio con lui.

A causa dei suoi peccati, il corpo di Juan non poteva essere tumulato in un cimitero consacrato, così i suoi concittadini decisero di seppellirlo proprio nella sua casa.

Da qual momento, sulla sua tomba vengono accese candele e una tradizione vuole che quando una candela si consuma totalmente, viene realizzato il desiderio di chi l’ha accesa.

Con El Tiradito si conclude la nostra passeggiata per Tucson, un po’ a malincuore però, perché se fossimo capitati qui nel week end, avremmo potuto anche andare al St. Philips Farmers Market, un colorato mercato ricco di prodotti locali.

Noi ci vediamo domani e so già che sarà una giornata top.

 

10° giorno

Tucson – Pima Air & Space Museum – Tombstone – Tucson

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Stamattina si parte alla grande, andiamo subito al Pima Air & Space Museum.

 

Pima Air & Space Museum

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Il Pima Air & Space Museum è uno dei più grandi musei aerospaziali al mondo nel quale sono esposti vari tipi di velivoli.

Il museo è composto da diversi hangar, un padiglione interamente dedicato alle missioni spaziali e un enorme spazio all’aperto dove sono parcheggiati aeroplani ed elicotteri che hanno fatto la storia dell’aviazione.

Un trenino agevola la visita e mentre attraversa il piazzale, vengono raccontate sommariamente le storie dei velivoli più significativi.

Ma veniamo nello specifico alla visita e agli aerei esposti.

Appena entrati ci troviamo subito davanti ad una riproduzione a grandezza naturale del Wright Flyer, il velivolo che nel 1903 ha dato il via alla storia dell’aviazione, proprio quello dei fratelli Wright.

Poi c’è il famoso Blue Angel (l’equivalente delle nostre Frecce Tricolore, per intenderci), il Tomcat, conosciuto dai profani per il film Top Gun, e il Blackbird, l’aereo supersonico spia che ha preso il posto dell’U-2.

Poi raggiungiamo il piazzale, dove tra le centinaia di aerei spiccano l’Air Force One di J.F. Kennedy, l’aereo utilizzato dalla NASA per l’addestramento a gravità zero, due diverse versioni del famoso bombardiere B-52 e l’enorme Beluga.

Arizona – Cosa vedere – Itinerario on the road

Ma il pezzo forte, almeno per me, è il 747 utilizzato dalla NASA in collaborazione con la corrispondente agenzia tedesca DLR.

Sofia, questo il suo nome, era usato come osservatorio nella stratosfera per l’astronomia a infrarossi ed è stato modificato appositamente per trasportare un telescopio.

Sofia ha consentito agli astronomi di studiare il sistema solare in un modo unico, che non sarebbe stato possibile se si fossero utilizzati i normali telescopi terrestri.

A malincuore è terminata la nostra visita, ormai abbiamo scandagliato tutti i padiglioni e girato in lungo e in largo il piazzale.

E’ il momento di cambiare genere e andare a Tombstone.

 

Tombstone

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Tombstone è un ex città mineraria che ebbe il suo periodo di massimo splendore intorno al 1880.

Il primo ad insediarsi qui nel 1877 fu Ed Schieffelin, che chiamò così il primo nucleo della città perché quando espose la sua idea di stabilirsi qui, gli venne risposto che qui ci sarebbe stato posto solo per la sua pietra tombale.

Questo territorio, in effetti, era abitato dagli Apache, particolarmente ostili ai colonizzatori, ma Schieffelin non si perse d’animo e andò avanti con la sua idea.

Bastò qualche anno perché Tombstone diventasse frequentatissima da minatori e avventori di ogni tipo, attirati qui dai saloon e dalle sale da gioco.

Ma come spesso avviene in questi casi, anche il suo decadimento fu abbastanza repentino e Tombstone perse ben presto di interesse, fino ad essere abbandonata al suo destino.

Oggi la città è rinata ed è particolarmente famosa perché incarna il mito del vecchio west.

Il tempo sembra fermo a quando gli avventori frequentavano i saloon. Marciapiedi in legno, strade polverose, diligenze ed edifici fatiscenti ricordano gli anni delle sparatorie tra bande rivali.

E a questo proposito, a renderla così famosa è stata sicuramente la sparatoria dell’OK Corral.

Per chi non la conosce, questa sparatoria, che ispirò addirittura un film, avvenne il 26 ottobre 1881 in Freemont Street tra gli Earp e i Clanton.

L’OK Corral è l’attrazione principale della città, ma si trova in Allen Street. Entrando, si vede subito il carro funebre utilizzato per portare via le vittime della sparatoria e qui ci sono anche le statue a grandezza naturale dei protagonisti della sparatoria.

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Non poteva mancare il cimitero di Boothill Graveyard, chiuso nel 1884, dove sono sepolti i perdenti dell’OK Corral.

Tombstone vanta anche un primato: la chiesa episcopale di St. Paul è la più antica dell’Arizona.

Anche se passeggiando per le sue strade dove i figuranti invitano ad assistere ai vari spettacoli è evidente che sia tutto un po’ troppo finto, vale la pena fare un passaggio da queste parti. I bambini non saranno gli unici a divertirsi…

 

Sicuramente avremmo dovuto dedicare almeno un altro giorno a Tucson e ai suoi dintorni, ma il tempo è tiranno e domani dobbiamo tornare verso Phoenix.

So già, però, che domani ci divertiremo parecchio.

Siete curiosi? Continuate a leggere.

 

11° giorno

Tucson – Old Tucson Studios – Phoenix

Arizona – Cosa vedere – Itinerario on the road

Arizona – Cosa vedere – Itinerario on the road

Ultimo giorno di vacanza. O meglio, ultimo girono intero.

Domani si riparte e la mattina la dedicheremo totalmente allo shopping in qualche outlet.

Allora per oggi dobbiamo inventarci qualcosa di originale, che ci faccia finire col sorriso.

E’ deciso, andiamo agli Old Tucson Studios.

 

Old Tucson Studios

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A neanche 30 minuti d’auto da Tucson ci sono gli Old Tucson Studios, il classico posto dove si smette di pensare e si torna bambini.

Un parco a tema costruito nel 1939 come set del film “Arizona” e utilizzato da lì in poi come set per tantissimi altri film, tuttora attivo.

Vecchietti, udite udite: qui sono stati girati anche gli episodi de La Casa nella Prateria.

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L’ingresso a pagamento, ma tutti gli spettacoli che si svolgono all’interno sono gratuiti.

Figuranti e stuntman in ogni dove non smettono un attimo di stupire. Sparatorie, musical, diligenze che sfrecciano per le strade polverose. Sembra davvero di stare dentro un set e di essere il protagonista di qualche film western.

Gli spettacoli, che per la maggior parte raccontano storie della vita dei più famosi personaggi del selvaggio West, sono molto frequenti e gli attori sono davvero bravi.

Quando avevo letto le recensioni, mi era venuto un attimo di indecisione e non ero poi tanto sicura di voler andare e invece mi sono dovuta ricredere.

Gli Old Tucson Studios mi sono davvero piaciuti e vale la pena di passare qualche ora scollegati dalla realtà.

 

Adesso dobbiamo tornare a Phoenix.

Si può dire che la nostra vacanza sia conclusa, ma si è conclusa alla grande.

Così, sulla strada del ritorno, è il momento di qualche considerazione.

 

Ripensando alla vacanza

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Quando avevo iniziato a pensare ad una vacanza in Arizona – lo ammetto – non ero così tanto convinta.

Ritornare anche solo per qualche giorno in posti già visti, pensavo mi togliesse la sorpresa e lo stupore della prima volta.

E poi – classica frase – cosa ci sarà da vedere di così bello in Arizona a parte il Grand Canyon?

Risposta: tutto!

Il Grand Canyon, bellissimo e immenso, è solo l’attrazione principale di questo stato, ma non è l’unica.

Così, ogni giorno abbiamo scoperto cose nuove, o semplicemente le abbiamo viste da diversi punti di vista.

Paesaggi meravigliosi, perché la natura in Arizona toglie il fiato.

Le formazioni rocciose colorate di quel tipico rosso che costella tutto il panorama, sono qualcosa di unico.

Poi la cosa principale che questa volta ho apprezzato ancora di più: in Arizona si mescolano perfettamente tantissime culture diverse e si passa in un attimo dalla storia e dalle tradizioni dei nativi americani – Apache, Hopi e Navajo in testa – al fascino della spagnoleggiate Tucson, fino alla moderna Phoenix e alla mistica Sedona.

Che dire, oltre al classico giro dei Grandi Parchi, che comunque è sempre qualcosa di impressionante e bellissimo, vale la pena di dedicare un’intera vacanza esclusivamente all’Arizona.

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